PREMESSA

 

Wenn ich einige “Experte” hòre, entsichere ich meine Browning

Wahrheit macht frei

Ricordo che tanti lustri fa, ero ancora un bambino, al mercato c’era un giorno riservato ai piazzisti. Erano individui dotati di grande eloquio e di grande capacità di convinzione. Dimostravano con grande abilità la superiorità dei loro prodotti per radersi, callifughi di straordinaria efficacia e unguenti miracolosi. Noi bambini eravamo affascinati, ma anche molti adulti si lasciavano convincere e compravano. Costoro non dovevano dimostrare nessuna competenza scientifica, era tutto affidato alla loro capacità di convinzione. Oggi questo mondo non esiste più, ma i piazzisti non sono scomparsi, si sono riciclati, riveduti e aggiornati, in altre branche delle attività umane, compreso il “business” dei cani. Mi sono preso la briga di formulare queste note, al fine di richiamare una questione di metodo e un momento di riflessione su come rapportarci con i nostri cani, nell’ambito delle varie situazioni, sport, famiglia etc.=.Ho cani da quasi cinquanta anni, mi sono interessato al rottweiler verso la fine degli anni settanta. Non produco cani e non ho alcunchè da vendere, ho solo il piacere di vivere con i miei cani e di approfondire le tematiche etologiche e quelle della razza che più mi interessa. Quindi lo studio, in generale, del comportamento animale e del cane in particolare. Il comportamento è l’insieme delle risposte che un’animale da agli stimoli che riceve sia dall’interno che dall’esterno. Lo studio del comportamento si chiama etologia. Per costruire un discorso che abbia un senso è necessario avere come base delle fonti qualificate, per evitare di formulare teorie campate in aria. Queste “fonti qualificate” sono la letteratura scientifica che parte dall’etologia classica:  Koehler, Lorenz, Tinbergen u.s.w., fino agli ultimi cognitivisti: Allen, Bekoff, Griffin, Bradshaw etc . In proposito vedasi la bibliografia. Tutto può essere messo in discussione ma non con teorie “fai da te”. L’empirismo e il manualismo, anche se basati su valide esperienze, da sole non portano da nessuna parte. Senza un ancoraggio alle leggi biologiche che governano gli esseri viventi, oltrechè incorrere sempre nel rischio di costruire ipotesi fantastiche, si presta il fianco ad opportunismi che, per motivi diversi, costruiscono informative non veritiere. Non solo, ma l’utilizzo strumentale fatto da molti della dottrina behaviorista, costituisce un occasione di ulteriore confusione. Il behaviorismo è stata una sperimentazione di laboratorio antecedente alla scoperta del DNA, quindi prescindente dall’effetto dei geni su l’intimo legame tra percezione sensoriale e reazione organica. “Il behaviorismo….(…..) esso scaturisce dal fatto che il senso comune della scienza ignora le questioni morali e di valore, mentre considera oggetto della scienza soltanto i dati osservabili; dal fatto che esso è astorico e porta con se un semplicistico pregiudizio positivistico,…..attribuendo grande valore all’esperimento condotto in laboratorio. Il behaviorismo, nell’espressione della formula stimolo/risposta, ha attualmente pochi sostenitori.” (Allen & Bekoff – il pensiero animale) Aggiungo che: una serie di riflessi non è un etogramma. In proposito dice Lorenz parlando della dottrina behaviorista:“….va certamente attribuita una gran parte della responsabilità per il crollo morale e culturale che incombe sugli Stati Uniti.” Del resto: “Le malattie intellettuali della nostra epoca usano venire dall’America e manifestarsi in Europa con un certo ritardo” Oggi non c’è più nessuno che mette in dubbio che : “strutture e funzioni siano governate dal DNA”. In parole povere: ogni essere vivente è preprogrammato. Certo questa è se vogliamo un’estrema semplificazione, su esso esiste un ampio dibattito tra scienziati sulla differenza tra “preprogrammato” e “genetico” (M. S. Dawkins), ma non ho la presunzione di rispondere e tantomeno di approfondire certi temi, ma solo quello di introdurre il tema ed evitare il “piazzismo”. Se ne sentono talmente di “tutti i colori” che ho sentito il dovere di fare un po’ di chiarezza, naturalmente non in base ad idee personali ma, come detto in precedenza, sulla base di teorie scientifiche ampiamente consolidate. Naturalmente è impossibile sintetizzare il contenuto di una letteratura di molti volumi, ma questo contributo serve soltanto a fornire lo spunto per l’approfondimento della tematica. Per chi volesse farlo o avesse dei dubbi rimando alla bibliografia. Per quanto riguarda le note riguardanti il Rottweiler: educazione, caratteristiche, storia u.s.w., sono un po’ datate perché riguardano riflessioni di qualche anno fa, ma i principi generali in esse contenute, sono rimasti immutati. Ci sono poi delle note frammentate, proprio per l’impossibilità di sintetizzare tanto materiale in poche pagine, dalle quali si può partire per studiare argomenti specifici.

 

LE Origini

Il sodalizio tra l’uomo e il cane risale ad epoche relativamente remote. Alcuni autori indicano il periodo a cavallo tra il paleolitico e il neolitico, vale a dire alla fine dell’ultima glaciazione. Circa diecimila anni fa. E’ il momento in cui l’uomo,da nomade e cacciatore, si sta trasformando in agricoltore, impara a costruire solide abitazioni di legno che lo mettono al riparo dalle intemperie e dai predatori che, specialmente di notte, insidiavano gli accampamenti. Il reperimento del cibo presso gliinsediamenti umani, fu la causa dell’avvicinamento nei progenitori del cane all’uomo, il quale presto iniziò a sfruttarne le doti per la caccia e la difesa. In occasione delle sue battute di caccia, l’uomo lasciava dei rifiuti di cui questi animali si cibavano, non ci volle molto a questi ultimi per capire che ogni cattura fatta dall’uomo diventava un vantaggio anche per loro. Così, in virtù dei loro sensi più sviluppati di quelli dell’uomo, cominciarono a segnalare in anticipo la presenza di prede, cosa che indubbiamente rappresentò un vantaggio per entrambi. L’uomo prese ad incoraggiare questi “interventi”.

Altro fatto importante la vigilanza effettuata dai cani che, sostando nei pressi dell’accampamento, mettevano in allarme l’uomo al sopraggiungere di predatori. Non dimentichiamo che a quell’epoca l’uomo, oltrechè predatore, era anche preda.Nella fase storica in cui l’uomo si da una dimora fissa, questi animali (siano essi lupi o sciacalli) cesseranno anch’essi d’essere nomadi. Il verificarsi di tale circostanza, cambia le abitudini e quindi il processo selettivo, la stanzialità riduce drasticamente, se non elimina totalmente i contatti con gli altri branchi, la riproduzione in consanguineità all’interno del gruppo fissa il tipo.“In origine le sottopopolazioni di cani erano isolate dalla geografia. L’importante conseguenza dell’isolamento delle sottopopolazioni canine fu che, in diverse parti dell’Asia e dell’Europa, emersero cani con caratteristiche diverse….anche in Nord-America i cani indiani avevano un aspetto diverso per ogni tribù, come i lupi cambiavano varietà da una regione all’altra. – La mente B. Fogle …) E’ in questo processo, certo più complesso di quanto così sinteticamente esposto,che “nasce” il cane. Questa sembra un’ipotesi accettabile sull’origine del cane, anche se recenti teorie vorrebbero che lo stesso discenda dal lupo. K. Lorenz teorizzò, che le razze canine aventi una parte di sangue di lupo, sarebbero la conseguenza d’incroci tra il cane, discendente dello sciacallo aureo, che gli uomini portarono con se nelle migrazioni verso il nord, e animali di sangue lupino. Del resto se prendiamo in esame l’ancestrale diffidenza del lupo nei confronti dell’uomo , la difficoltà ad addomesticarlo, le sue abitudini notturne, in contrapposizione alla capacità dello sciacallo ad accettare il contatto con l’uomo e addirittura di affezionarsi, conferiscono a queste considerazioni una loro validità. Anche le circostanze da cui è nata la collaborazione con l’uomo è che ha costituito le basi dell’addomesticamento, sembrano attagliarsi molto di più ad un animale dalle caratteristiche opportunistiche e gregarie come lo sciacallo, che non al lupo. Anche M. Fox sostiene che il “canis familiaris” sia il discendente di un selvatico simile al dingo, ora estinto. (Fogle “la mente…”)
Altri autori sostengono che prove genetiche, comportamentali e anatomiche dimostrano come il cane derivi da una sottospecie di lupo del Medio Oriente, notando inoltre che il canis familiaris ha settantotto cromosomi come il lupo, e lo sciacallo settantaquattro B. Fogle “la mente…”) Il lupo però, o meglio la lupa, ha un solo ciclo riproduttivo l’anno, il cane ne ha due. Quest’ultimo elemento potrebbe anche essere soltanto indicativo di una diversità conseguente dell’adattamento in un caso alla cattività, in un altro alla vita selvaggia. Infatti in quest’ultima situazione la madre deve avere davanti a se un periodo di tempo per portare i cuccioli all’autosufficienza, prima di avere un’altra cucciolata; se valutiamo che un cucciolo di lupo raggiunge la piena efficienza fisica sui sei/otto mesi, i conti sono presto fatti. L. Boitani (Dalla parte del lupo) “….il lupo italiano entra in calore verso la fine di marzo…”. E’ chiaro, una volta l’anno.
La rivista Science, nel novembre del 2002 pubblicava un articolo secondo cui un’equipe mista di ricerca cino-svedese, afferma che tutti i cani provengono da animali addomesticati per la prima volta 15 mila anni fa in Asia orientale.Finora si era creduto che l’addomesticamento sarebbe iniziato in medio oriente in concomitanza alla nascita dell’agricoltura.Scott e Fuller nell’esaminare il comportamento del cane, su novanta moduli presi in esame, verificarono che soltanto diciannove non erano comuni a quelli del lupo. Simili sono anche i modelli vocali e sociali, mentre quelli dello sciacallo sono diversi. (J. Fisher – Think Dog –) S. Coren, confermando l’inesistenza di prove definitive sulla discendenza del cane dal lupo, sostiene che le credenze popolari hanno influito su scienziati e scrittori nel sostenere l’ipotesi che il lupo sia l’antenato del cane domestico.
E’ certamente maggiore il compiacimento che proviamo nel considerare il quadrupede che circola liberamente nella nostra casa o in giardino, discendente di un animale così terribile e affascinante, che non di colui che, sempre nella cultura popolare, viene descritto come un essere maleodorante che si ciba di ogni genere di rifiuti, troppo vigliacco per procurarsi da solo delle prede.
In realtà il comportamento del lupo e dello sciacallo nel procurarsi il cibo è abbastanza simile. In alcune regioni le razzie dei lupi nei cumuli di spazzatura sono la norma.
“Ma quello che più colpisce nello sciacallo è la pupilla rotonda, non ovale come
quella di molti lupi, e ciò gli conferisce la tipica espressione che siamo abituati
a vedere nel nostro cane domestico” (S. Coren –L’intelligenza dei cani–).
Su queste due ipotesi, e cioè se il cane discenda dal lupo o dallo sciacallo o da
qualche altro canide selvatico, non è stata ancora detta l’ultima parola.
Ad alimentare una certa confusione contribuiscono anche alcune abitudini locali, che definiscono lupi alcuni canidi sudamericani come il crisocione (guarà), il lupo andino e il lupo delle Falkland. Anche il tilacino, chiamato comunemente lupo della Tasmania, è un marsupiale della famiglia dei canguri e degli opossum.
Esiste una terza ipotesi secondo la quale in luoghi diversi, tribù di cacciatori allevarono e addomesticarono cuccioli di lupo, altri cuccioli di sciacallo,altri ancora coyote, etc.=. Nel corso delle migrazioni le varie popolazioni vennero a contatto e così anche i loro canidi che, nell’occasione si scambiarono i geni.
Forse il nostro cane domestico potremmo chiamarlo Cane-lupo-sciacallo-dingo-coyote. E’ forse questa ricca miscela di geni che ci ha consentito, una volta individuati i soggetti portatori di certi caratteri, di riprodurli selettivamente ed ottenere la vasta gamma di razze con tutte le caratteristiche morfologiche e comportamentali esistenti oggi. (S. Coren – l’intelligenza..). Oggi gli unici canidi selvatici sono il Dhole, in Asia, e il Licaone in Africa. Il Dingo australiano è si un cane selvatico ma è il risultato del rinselvatichimento di un cane domestico che ha seguito l’uomo migrante dal Sed-Est asiatico all’Australia, circa 5.000 anni fa. Un altro elemento importante da definire, è se i vari tipi sono il risultato dell’evoluzione di un tipo selvatico unico, differenziatosi ed adattatosi alle diverse situazioni ambientali, oppure i tipi primitivi sarebbero più d’uno da cui discenderebbero le varie razze. “Nel 1997 un gruppo di scienziati americani e svedesi ha proposto una tesi sorprendente: secondo i risultati ottenuti dal sequenziamento del DNA di cani e lupi moderni, l’addomesticamento poteva essere avvenuto più di centomila anni prima.”(J. Bradshaw“). Da allora si sono scatenate una serie di ipotesi  e tutt’ora la questione non è stata definita. Anche questa ipotesi è complicata dal fatto che anche nell’antichità , la mano dell’uomo è intervenuta per creare tipi di cani che riteneva più adatti allo svolgimento di determinate funzioni, con una genialità non inferiore a quella dei Laverack, Gordon,Rose, Dobermann etc.
Negli affreschi e bassorilievi egizi ed assiri troviamo cani simili ai levrieri, mastini, alani.
Nell’antica Grecia, in alcuni affreschi, sono presenti piccoli cani che ricordano gli odierni volpini. Il maltese sarebbe già presente nell’antica Roma. Su questo argomento e su tutte, o quasi, le teorie sinora elaborate, fondamentale è lo studio di Bradshaw nel capitolo: “Come i lupi sono diventati cani.”
Nel diciottesimo secolo una delle mode prevalenti tra le dame delle varie corti, era l’esibizione di cani di razza nana, soprattutto il carlino, ma anche maltesi, piccoli levrieri italiani, etc.=.
Nell’antichità il cane aveva in ogni modo una funzione prevalentamente utilitaria e i tipi maggiormente presenti erano quelli che accompagnavano l’uomo a caccia, quello che coadiuvava il pastore nella conduzione e nella difesa delle greggi, ed infine quello che difendeva la proprietà, il padrone stesso e lo accompagnava anche in guerra: Il molosso.
Ecco come ci descrive il molosso, quello che si allevava nelle fattorie del Lazio
e della Toscana duemila anni fa, Lucius Iunius Columella in quello che rimane del suo celebre trattato “De re rustica”. (ndr “De re rustica” è opera del Columella, e non di T. Varrone come citano erroneamente altri autori.)
“Villae custos eligendus est amplissimi corporis…. » “per la villa bisogna scegliere un custode di corpo grande e grosso, di latrato risonante, prima perché atterrisca i malandrini facendosi sentire, e poi anche con lo spavento che incute la sua vista….
Sia però di colore unito….il nero. Il cane da cortile ha certo un aspetto più terribile se è nero; di notte non si vede perché somiglia alle tenebre, e perciò coperto da esse, il cane può avvicinarsi all’insidiatore con meno pericolo. Si preferisce con il capo tanto grande che sembri la maggior parte del corpo, con le orecchie abbassate e pendenti, con occhi neri, lucenti di una luce fiera, col petto ampio, spalle larghe, zampe tozze e irte……la sua indole non deve essere ne mitissima ne per contrario truce e crudele; il primo infatti blandirebbe anche un ladro, mentre il secondo assale anche la gente di casa…….soprattutto questi cani devono dimostrarsi vigilanti nel fare la guardia, e non sbagliarsi facilmente, ma essere assidui e circospetti piuttosto che temerari.
Nel primo caso segnalano solo quello di cui hanno certezza, mentre nel secondo
si eccitano per ogni vano rumore o falso sospetto. “Hic erit villatici status praecipue laudandus” (questa sarà la conformazione più pregevole per il cane da cortile).(L. I. Columella). Il ruolo del cane da cortile (molosso) non è cambiato di molto nel tempo, dalla fattoria romana ha accompagnato l’uomo nell’evoluzione del suo habitat, rimanendo sempre presso di lui nel vivo della società umana.
Questa familiarità con l’uomo, continuamente evolutasi e maturata nello sviluppo filogenetico, spiega la sua scarsa diffidenza, in parte dovuta anche alla sua tempra e alla sicurezza di se. Caratteristiche da non confondere con la socievolezza quale componente dell’infantilismo (ndr “Das Sogen….” “So kam…” K. Lorenz).
Al contrario, il cane da pastore abituato a vivere in grandi spazi solitari in presenza di un solo, o pochi uomini, sempre all’erta per difendere se stesso e quanto a lui “affidato”, da predatori o da altri uomini ostili, ha conservato un’ancestrale diffidenza verso qualunque estraneo.
Questa naturale disposizione d’animo, aggiunta al sangue lupino presente in alcune razze, fa si che in molti soggetti sia presente quella caratteristica che il Lorenz definisce angstbeisser esempio citato da K.L. riguardante l’addomestcazione del lupo (KL,“So kam der Mensch auf den Hund”)
Un ROTTWEILER che manifesti una simile inclinazione è sicuramente un soggetto da sottrarre alla riproduzione.
Anche se, come vedremo poi nella parte riguardante la genetica, come la trasmissione dei caratteri di un singolo soggetto alla discendenza non sia automatica.
Questa breve considerazione non ci deve però indurre ad operare delle classificazioni sulla base di elementi che utilizziamo per giudicare la condotta degli uomini.
La prima cosa da non fare quando si osserva un cane, o un altro qualsiasi animale, è quella di non adoperare parametri morali di carattere umano.
Ogni specie si comporta in base a regole naturali ereditarie e quelle rispetta rigorosamente, poiché costituiscono la condizione essenziale per la conservazione
della specie stessa.
Soltanto l’animale umano è quello che autodetermina la propria evoluzione infrangendo le leggi della natura, ponendo così le basi per un futuro denso d’incognite.
Abbiamo parlato di specie, ricordiamo brevemente la classificazione degli organismi e il posto che occupa il cane.
La classificazione degli organismi (tassonomia) è un metodo sviluppato dallo svedese Carl von Linnè ( 1707-1778) che è in uso ancora oggi.
Il cane appartiene al Regno animale, Phylum cordati, classe mammiferi, ordine carnivori, famiglia canidi, genere canis (cane, sciacallo, coyote, lupo e dingo), specie cane.
Gli individui della stessa specie possiedono due caratteristiche fondamentali simili: la capacità di accoppiarsi e quindi riprodursi, e moduli comportamentali simili innati.
“Il comportamento innato può essere presente già dalla nascita, ma il suo sviluppo segue di pari passo la crescita del soggetto. I moduli comportamentali innati si sviluppano anche se l’individuo è stato allevato in isolamento, in modo tale da non disporre di alcun modello da imitare. Un cane che nasconde un osso in una stanza, compie col muso lo stesso movimento che eseguirebbe se lo stesse coprendo di terra. oppure nell’atto di accucciarsi compirà le stesse rotazioni su se stesso pur non avendo erba da schiacciare.” (I fondamenti…Eibl Eibensfeldt )
L’intervento dell’uomo ha creato cani delle dimensioni e delle forme più svariate, ne ha accentuato o limitato alcune caratteristiche comportamentali selezionando soggetti imbattibili su un terreno specifico, ma nel fare questo ha ottenuto animali specializzati che però per sopravvivere hanno bisogno dell’uomo.
I moduli comportamentali fondamentali innati sono comunque rimasti, anche se più o meno nascosti, in ciascuna delle razze.
Ritornando all’antico molosso dei Romani, andiamo a rileggerci lo standard del Rottweiler e verificheremo qualcosa in più di una somiglianza, con questo superbo abitatore della fattoria romana.
La letteratura infatti, ci dice in proposito come il ROTTWEILER sia arrivato in Germania al seguito delle legioni romane, lasciando intendere che si trattasse principalmente di un cane da guerra. Può darsi che sia stato utilizzato anche in questo ruolo. Ritengo più verosimile che questo cane sia stato parte integrante dell’ambiente, abbia seguito cioè l’espandersi della “villa rustica”, che da Roma si è gradualmente dilatata, prima nelle pianure dell’Italia centrale poi al settentrione fino alle Gallie, “determinando in maniera decisiva anche la storia dell’assetto socio-fisico d’Europa.”
$) Gli antenati dei nostri Rottweiler raggiunsero la provincia romana Germania attraverso due strade, percorse dall’esercito romano e di cui ancora oggi si conosce il tracciato. Una dalle Alpi svizzere portava a nord-est verso il lago di Costanza. Un’altra portava ad ovest, ed un’altra ancora nella zona in cui oggi si trova la città di Rottweil.
Nella primavera del 74 d. C., l’11° legione dell’imperatore Claudio, che per la
sua fedeltà prese il nome di “Pia Fidelis”, giunse nella zona di Rottweil.

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Sul posto i romani costruirono grandi insediamenti che, in onore dell’imperatore
Flavio Vespasiano, furono chiamati “Aree Flavie”
Questo fu il primo nome della città di Rottweil. (A. Ringer – Der Rottweiler) $) 

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Cane Romano da tiro (da G. Umlauff – “Der Rottweiler”)
Gli antenati romani degli odierni Rottweiler si accoppiarono, verosimilmente, con cani da pastore locali e potenti e mordaci maschi di razze diverse.
Ne scaturirono dei soggetti resistenti, molto dotati per la guardia ma anche per
la conduzione del bestiame, tant’è che furono allevati e utilizzati essenzialmente
per proteggere il loro padrone e sorvegliare le mandrie.
Furono pertanto proprio i macellai e i commercianti di bestiame, in special modo
nella città di Rottweil, ad allevare questi cani, e nel medioevo presero il nome
di: Metzegerhund ( “ cane del macellaio”.)
Per governare le enormi mandrie, era necessario un cane calmo, forte e resistente. Crearono col tempo un cane che trovò impiego nei settori più svariati che, oltre che per la guardia, la conduzione e il combattimento, fu utilizzato anche come animale da traino.

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Ma come avviene in ogni campo delle attività umane, le nuove tecnologie finiscono per accantonare i sistemi più tradizionali. Il trasporto degli armenti venne sempre più effettuato con la ferrovia, inoltre condurre il bestiame con i cani (il testo originale del Ringer dice:Hetzhunden, letteralmente bracchi) fu vietato dalla legge (A. Ringer)
La conseguenza di questa situazione, fu che la diffusione del Rottweiler si ridusse notevolmente.
Soltanto all’inizio del 20° secolo il Rottweiler ritornò in auge, e nel 1910 il Primo Gruppo cinofilo della polizia ne riconobbe il valore di impiego e lo adottò come razza di cane da polizia.

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già nel 1907 erano sorti vari club della razza, ma la mancanza di criteri uniformi della sua interpretazione non portarono alcun vantaggio.
Solo nell’agosto del 1921 si riuscì a raggiungere un accordo e alla conseguente
fondazione dell’ADRK.
Da allora lo standard è stato oggetto di revisioni, i primi Rottweiler riconosciuti
ufficialmente erano sicuramente più rozzi e più leggeri di quelli attuali,
anche se probabilmente come cani utilitari non avevano nulla da invidiare.
Se osserviamo le immagini di questi soggetti, le differenze sono immediatamente evidenti.

ll ROTTWEILER quindi per la sua storia, la sua struttura fisica e psichica è stato
ed è un cane utilitario. Il pericolo che corre oggi è che la moda,”la più sciocca di
tutte le tirannie” (Lorenz “So kam der Mensch auf den Hund ”), e le conseguenti pressioni del mercato aventi come maggior elemento propulsore le esposizioni di bellezza, indirizzino la selezione su una base esclusivamente morfologica.
Il fascino di questa razza invece, per chi la conosce bene attraverso soggetti di corretto standard caratteriale, consiste principalmente nelle sue grandi doti morali.
A questo punto cerchiamo di ricostruire, per sommi capi, la storia e l’evoluzione
del tipo.
Il primo soggetto iscritto, come n. 1, nello Zuchtbuch del Deutscher Rottweiler Klub DRK è stato Russ vom Bruckenbuckel. Nato nel 1904, ancora prima della fondazione del Klub, avvenuta nel 1907.

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Russ in una rassegna nel 1905 è risultato il miglior cane per conduzione del bestiame. Il primo documento che descrive il cane per bestiame tedesco coscritto da Strebel e Dr. Hauck, stabilisce che le dimensioni del cane è tra i 50 e i 60 cm., non vi era alcuna differenza di dimensione tra maschi e femmine, per quanto riguarda il peso, tra i 25 e i 30 kg.
Nel 1901, lo standard, si suppone, scritto da Albert Krull non da alcuna precisazione circa le dimensioni e il peso, affermando semplicemente che il cane doveva essere potente e costruito ad angolo retto.
Soltanto nel 1907 lo standard del DRK stabilisce la distinzione tra i sessi affermando
che il Rottweiler è un cane di grande dimensione e la misura richiesta per il maschio
deve essere tra i 60 e i 70 cm. E le femmine tra mi 50 e i 60.
Buoni soggetti erano prodotti anche dal SRK dello zwinger Von der Strahlenburg
del sig. Franz Frànznick (Heidelberg) che aveva prodotto Max v.d. Strahlenburg.
Altro ottimo soggetto Lord Remo V. Schifferstadt dell’allevamento omonimo del
Sig. Ignatz Bertram. Lord Remo, cane di grande taglia (cm. 72), ZB 130 campione
di Germania è stato un soggetto che ha lasciato un segno nell’allevamento tedesco.
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Lord Remo v. Schifferstadt, gew.1911, IRZ/Bd. 1/130

Figlio diretto di Lord Remo: Lord von der Teck era ritenuto dagli allevatori IRK
un modello quasi perfetto. Nato il 06 settembre 1914 Zb n. 413 alto cm. 67, tra
Il 1914 e il 1917 è stato tra gli stalloni più utilizzati effettuando circa 100 monte.
La discendenza di Lord Remo ha influenzato notevolmente la razza tra le due guerre mondiali.
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Tra i suoi discendenti troviamo Arko Torfwerk, a sua volta padre di Anny v.d.
Lauter che è stata uno dei pilastri di uno tra i più importanti allevamenti tedeschi
negli anni trenta lo Zwinger Von Kòlherwald, che annovera tra i suoi campioni
Hacker e Ido, naturalmente von Kòlherwald.
Negli anni venti le tre associazioni DRK, SRK e IRK trovavano un punto di accordo
per l’uniformità del tipo e per la selezione, dando vita ad una unica associazione la:
Allgemeiner Deutscher Rottweiler Klub che stabilisce, ancora oggi, lo standard
della razza. L’ultimo standard depositato presso l’FCI al n.147 è del 19.06.2000.
Ora, guardando anche in foto questi storici soggetti possiamo renderci conto di
quanto il tipo sia mutato. Quelli odierni si presentano come soggetti più imponenti
con ossatura e massa di grande rilievo. Non so però in quanti sarebbero in grado
di eguagliare le prestazioni atletiche di allora. Ad esempio superamento della
Palizzata verticale di m. 2,60.

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z y Rhino v. d. Krone.jpgz-y-zuchtgruppe-v-gaisburg

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La fissazione del “nuovo tipo”, avviene nella metà degli anni settanta. Capostipite
Ives von Eulenspiegel.

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Ives ha influenzato, dai figli diretti, soprattutto tramite il grande Dingo, o come ascendente, notevole parte della razza degli ultimi 20/30 anni.
Figli diretti di Ives:
Nero vom Schloss Rietheim (Ks 81; Ws 81-83; Es 84; Bs 82 – 84)
Dingo vom Schwaiger Wappen (KS-BS-WS 80/81), tra i molti figli
importanti vediamo:

z dingo v. schwaiger wappen.jpg
– Arko von Barrenstein (figlio di Dingo)
-Santo vom Schwaiger Wappen ( Dingo)-Benno v.d. Schwarzen Heide (figlio di Santo) (WS 90- ES90 Bjs 87) Falko v.d. Teufelsbrùcke (KS-BS-Int.Ch) (figlio di Benno) – Ken v. Schwaiger Wappen (Ks 93, Bs 94,  Ws94, Wjs 91) (figlio di Benno)

z Santo v Schwaiger Wappen.jpgSanto v. Schwaiger Wappen

z Falko v.d. Teufelsbrucke.jpg

Falko v. d. Teufelsbrùcke

z Ken vom Schwaiger Wappen.jpg

– Mirko v. Steinkopf (KS (83) (Dingo)
– Rex v. Steinkopf (ES 82) (Dingo)
– Osco v. Schwaiger Wappen (Int. Sch. Ch) (Dingo)
– Amigo v. Kressbach (figlio di Ives von Eulenspiegel) – Hassan vom Kònigsgarten (KS85)  (figlio di Amigo)
-Danjo vom Schwaiger Wappen (KS89) (Hassan)
-Chris v. Obercrombacher Schloss(BS 89) ( Hassan)
Questo in estrema sintesi. Esistono, naturalmente altre importanti “Blutenlinien” che elencheremo dopo la seguente importante precisazione.Molti siti vengono reclamizzati per la presenza di “linee di sangue Tedesche”. L’utilizzo di questa terminologia serve solo a trarre in inganno l’acquirente sprovveduto, perchè non è sufficiente avere la presenza di un soggetto di qualità, magari in linea materna, per poter parlare di “linea di sangue”. Una “linea di sangue”, detto per sommi capi, esiste laddove con un’attenta selezione morfocaratteriale sono stati utilizzati stalloni con grande capacità di trasmissione dei loro geni alla progenie. Gli accoppiamenti di tali soggetti devono far parte di un progetto che preveda, successivamente, l’utilizzo dei migliori soggetti della progenie portatori e trasmettitori delle stesse eccellenze genetiche. In assenza di questo lavoro mirato di riproposizione dei geni di cui il capostipite era portatore, la “linea di sangue” è destinata alla diluizione, fino a scomparire completamente. Molto brevemente ricordiamo altri grandi riproduttori che hanno lasciato il segno nella razza:

Bulli v. Hungerbùhl (Ks 71-72 ws 73 z Bulli vom Hungerbuhl.jpg

- Axel  (Ks 75)e Astor vom Fusse der Eifel (Int. vdh Ch) (figli di Bulli)

-Dux v. Hungerbùhl (figlio di Cuno von Butzensee)

– Benno Allgàuer Tor (BS e Ks 78)

– Dux vom Raughfang – Bronco von Rauberfeld-Elko v. Luckshof – Brando v.  Siederpfad (tutti figli di Benno)

 

Falko v. Gruntenblick

– Muck v. Gruntenblick (Bs 92) (Falko)

– Noris v. Gruntenblick ((Ks 91 e 92 Int. Ch) (Falko)

z Noris von Gruntenblick.jpgNoris von Gruntenblick

z Aki von der Peeler Hutte.jpgAki von der Peeler Hutte (Frisko von Schloss Haus Forst)

-Hasko von Hohegeiss (Bs 93) (Aki)

z Hero v Hohegeiss.jpgHero von Hohegeiss (Aki)

– Hero von Hohegeiss – Ben v. Ruppertsbach (Es 98) Odo Flugschneise (Ks 97)

-Gary e Glenn v. Hohenhameln (Aki von der Peeler Hutte)

-Maik v. Oberhausener Norden (Aki von der Peeler Hutte)

Falko von der Tente (Flavio von Dammerwald in linea materna è presente anche Benno Allgauer Tor)

z Iwan v Fusse der Eifel.jpg– Iwan v. Fusse der Eifel (Ks 86)

-Ilko              ”     ”       ”    (Ks e Bs 87)

– Ingo            ”     ”       ”    ( Bs 88 e Ks 90)

– Baas v. Siegbrucke (Ejs)

Non possiamo dimenticare, seppure brevemente, il contributo che hanno dato Mambo v. d. Teufelsbrucke e Rick v. Burgthann. Questa elencazione è piuttosto riduttiva ma è solo esemplificativa, sappiamo di non avere elencato soggetti importanti ma la vastità dell’argomento è tale che è praticamente impossibile fare un quadro completo.

z Rick von Burgthann.jpgRick von Burgthann.

Qui di seguito, in modo molto esemplificativo, l’evoluzione del fenotipo morfologico.

ieri - oggi.jpgieri e oggi.jpg

BIBLIOGRAFIA

 

BIBLIOGRAFIA

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Brace A. H. – Das grosse Rottweiler Buch **

Umlauff Gerda M. – Der Rottweiler

il numero degli asterischi sta ad indicare, secondo me, l’importanza delle opere, premesso che sono tutte importanti in quanto in qualche modo tra loro collegate.

Le foto storiche di repertorio sono dell’archivio ADRK

allevare

 

L’allevamento in zootecnia, in genere, escludendo le normali difficoltà di gestione e di mercato, non comporta grandi problemi per quanto concerne gli scopi da raggiungere, per aumentare la produzione. Che si tratti di pelli, carni, latte etc., comunque del prodotto da presentare sul mercato. Un po’ più di difficoltà si possono avere per migliorare la qualità del prodotto.Mentre per la maggior parte degli animali di allevamento la domanda proveniente dal mercato tende ad esaltare le caratteristiche per cui sono allevate, per il cane bisogna valutare le innumerevoli caratteristiche sia anatomiche che caratteriali, così come è previsto dallo standard di ogni razza. Spesso inoltre,le sue qualità migliori, quelle intellettive e caratteriali che lo rendono partner ed ausiliare insostituibile dell’uomo, sono sacrificate alle esigenze dell’industria delle esposizioni che costituiscono causa ed effetto dell’orientamento del grande pubblico. Quindi ogni aspetto fenotipico deve essere attentamente valutato per essere trasmesso alla progenie. Diversi e più complessi pertanto i problemi che si pongono se si decide di allevare cani. Le motivazioni che spingono le persone a possederne uno sono le più svariate, anche le mode come in ogni campo delle attività umane. In questo caso il cane è “vittima” del mercato, dal momento che la moda, in quanto finalizzata alla soddisfazione di esigenze estetiche o di status symbol, tende a mettere in secondo piano le qualità di maggior pregio del cane, che sono le sue doti psichiche e/o utilitarie. Notava K. Lorenz come “…l’onnipotente tirannia della moda, la più sciocca tra le femmine sciocche, si arroga di prescrivere ai poveri cani quale deve essere il loro aspetto.” In proposito il dr. M. Pasinato (“I nostri cani” – periodico ufficiale ENCI Nov. 2000) osserva: “Purtroppo molti allevatori hanno scambiato l’attività zootecnica come una catena di montaggio con l’unico scopo di massimizzare i profitti, incuranti degli inevitabili danni perpetrati nei confronti dell’animale se non della società.” Questa situazione provoca, di fatto, delle ripercussioni negative sulla selezione, per motivi che sono quanto mai ovvi. Per quanto riguarda il Rottweiler, si è trattato di soddisfare una domanda proveniente molto spesso da persone poco consapevoli delle caratteristiche del cane e delle difficoltà di gestione alle quali andavano incontro. In passato e cioè prima dell’esplosione demografica e “modaiola”, non di rado si è verificato che, acquistato un soggetto di buona tipicità (rottweiler) da parte di neofiti,una volta portato a casa il cucciolo, ci si è trovati di fronte a problemi che nessuno aveva loro predetto, e che aumentavano di pari passo con la crescita del cane. Di fronte a queste problematiche la risposta dell’allevamento non può essere quella di creare soggetti che chiunque sia in grado di gestire, creando la tendenza alla snaturazione della razza. Il Rottweiler è un cane dominante, non è semplice, soprattutto per una persona inesperta, fargli capire che a decidere siamo noi e non lui. Pertanto la necessità di fronteggiare una domanda relativamente improvvisa e massiccia, non può giustificare il fatto che, magari qualcuno,non vada tanto per il sottile per soddisfarla. Per quanto riguarda il ROTTWEILER , se si vogliono allevare dei soggetti rispettando lo standard della razza, non bisognerebbe mai dimenticare che si tratta di un cane che non è per tutti. La sua natura dominante, il senso d’indipendenza e la straordinaria forza fisica, sono caratteristiche che mal si adattano a chi non ha maturato esperienze con soggetti di buon rilievo di cani d’utilità, anche se appartenenti ad altre razze. Pertanto l’allevatore serio dovrà, nei limiti del possibile, porsi anche il problema di chiedersi in quali mani finiranno i suoi “prodotti”. Allevare seriamente vuol dire partire da questi postulati, non dimenticando mai che stiamo parlando di un cane si polivalente, ma psichicamente e morfologicamente atto particolarmente alla difesa e all’attacco, altra cosa di cui molti allevatori sembrano non tenere nella dovuta considerazione.

Conseguenze delle esposizioni di bellezza

Non è pensabile che per migliorare una razza sia sufficiente mettere dei cani su una pedana, dare un giudizio sulle linee generali, e in ogni caso solo ed unicamente sul fenotipo, formulato spesso da non specialisti della razza.

Per quanto riguarda il ROTTWEILER, oltre i motivi già citati, l’attenzione quasi esclusiva per l’aspetto morfologico e gli accoppiamenti ad esso finalizzati, hanno portato fatalmente alla diffusione di carenze caratteriali, se non a vere e proprie tare. Del resto se rapportiamo il numero delle nascite alla quantità dei soggetti che partecipano a gare di lavoro, o a quanti possiedono un minimo di requisiti che ve li rendano adatti, il panorama non è esaltante. Parlo di cani che lavorano, non di quelli che hanno ottenuto il primo brevettouna tantum”, magari in circostanze particolarmente favorevoli, o perché affidati a professionisti. Del resto il dr. I. Stur dell’Istituto di Genetica Animale dell’Università di Vienna, ha dimostrato in una sua ricerca che soggetti vincitori in mostre canine di bellezza, sarebbero stati molto meno efficienti in lavoro. Stur sostiene che con la sola osservanza degli standard morfologici, inconsciamente noi accoppiamo per geni analoghi ai locus geni o omozigoti, e involontariamente, per conformarci agli standard, noi accoppiamo anche per incrocio omozigote i geni che influiscono sul comporta- mento. Probabilmente la ricerca “del bello” ha fatto si che in molti, forse moltissimi, siano caduti nell’errore di metodo denunciato dal dr. Stur. (–B. Fogle La mente… ) Del resto anche Lorenz osservava: “E’ triste ma innegabile che un’accurata Selezione di caratteri fisici non è conciliabile con una selezione di caratteri psichici.” Recentemente (notizia apparsa su “il Giornale” 02.2001) il quotidiano inglese Indipendent, informava che la polizia britannica intende non servirsi più del pastore tedesco, in seguito all’indebolimento caratteriale che ha contraddistinto la razza in questi ultimi tempi. Sul banco degli imputati: le esposizioni di bellezza. Questo il giudizio di Clive Helliwell, segretario dell’Associazione degli ispettori di polizia. Phil Tyson, addestratore della polizia del West Yorkshire, afferma che “….Gli allevatori hanno tolto ai pastori tedeschi la volontà di lavorare e il coraggio che avevano 30 anni fa”. Inoltre questa razza ha un difetto nell’articolazione dell’anca (displasia Ndr), anche questo problema è da imputare ad un allevamento mirato ai concorsi di bellezza. “….L’industria dei concorsi di bellezza ha privato questi cani del coraggio” Anche il Rottweiler potrebbe rischiare molto per gli stessi motivi, qualora la crescita esponenziale della razza , non sia stata seguita da uno sviluppo proporzionale della qualità dei soggetti prodotti, sempre per quanto riguarda l’aspetto caratteriale. Sempre che alla dura strada per il successo attraverso la selezione si sia preferito il principio statistico della“legge dei grandi numeri”. Non è certo questa una metodologia pagante. O perlomeno pagante nel lungo periodo. Si potrà anche ottenere occasionalmente qualche risultato, ma sarà un evento isolato molto più simile ad una vincita ad una lotteria, piuttosto che un qualcosa frutto di un serio e programmato progetto. La mancanza di una approfondita valutazione su basi scientifiche dei soggetti utilizzati, non potrà mai portare a risultati durevoli nel medio/lungo periodo. Soltanto la conoscenza di nozioni di genetica può permettere un’analisi appropriata e stabilire quali possano essere le conseguenze di determinati accoppiamenti. Se confrontiamo lo sviluppo avuto dalla razza in Italia e in Germania, le contraddizioni appaiono subito evidenti. All’inizio degli anni 80 le iscrizioni al LOI non raggiungevano le cento unità annualmente contro le circa 3000 in Germania, nel 1998 e 99 sono stati iscritti in Italia circa 8000 soggetti ogni anno contro i sempre 3000 della Germania (c.ca 2200 nel 99), con una differenza sostanziale: Il livello della selezione e il numero dei soggetti sottopostivi. Qui di seguito la tabella ufficiale dei soggetti iscritti dalla fondazione dell’ADRK

Al dicembre 92 (fonte “Der Rottweiler” Dic. 93 Zuchtbuch)

libro-origini-deutsch-roti

LXXIX 91707 JANUAR DEZEMBER 1995

LXXX 91708-95085 JANUAR DEZEMBER 1996

LXXXI 95086-98256 JANUAR DEZEMBER 1997

LXXXII 98257-100978 JANUAR DEZEMBER 1998

LXXXIII 100979-103196 JANUAR DEZEMBER 1999

LXXXIV 103197-104698 „ „ 2000

(Dati ufficiali tratti dal „Der Rottweiler“(12/92) e Zuchtbuch)

Ogni anno partecipano al DEUTSCHE MEISTERSCHAFT (Campionato Tedesco di lavoro IPO III) 40 elementi che, salvo due o tre, non sono mai gli stessi dell’anno precedente, e per vincere a volte non basta un punteggio di 294 punti (com’è capitato ad Etzel v. d. Silbergrube nel 1999, e a Pascha v. Hegestrauch nel 1992). Inoltre non è che un conduttore può semplicemente iscrivere il suo cane al Meister. Per partecipare al Meister è prima indispensabile superare la selezione del Land. A questo proposito è sufficiente dire che (media indicativa) su 1300/1500 nati ogni anno, circa 300 ottengono L’IPO 3. Inoltre sempre in Germania, che piaccia o no per questa razza è il paese guida, tutti i soggetti maschi di un certo livello sono dotati dello VPG III, dell’IPO III o di entrambi, a mia memoria pochi soggetti hanno ottenuto riconoscimenti di rilievo in esposizione pur non avendo conseguito risultati al massimo livello in lavoro (Sch III o IPO III). Che io ricordi soltanto CONDOR v. d. FRANKENTANNE KS nel 1999, REX V. STEINKOPF ES nel 1984 e Odo v. d. Flughschneise KS 97 (solo Sch I). Esiste inoltre l’istituzione della Koerung alla quale possono partecipare soltanto i soggetti maschi con il terzo livello di lavoro (le femmine con il primo) e naturalmente lo ZTP che è obbligatorio e senza il quale il soggetto non è ammesso alla riproduzione. Alla KOERUNG partecipavano fino a qualche anno fa tra i settanta e gli ottanta soggetti all’anno, nelle due fasi primaverile e autunnale, compresi i bis EZA. Dal 2000 la partecipazione alle koerung è scesa notevolmente in conseguenza della diminuzione delle nascite, passate da circa 3200/3300 annue a 2200, fino agli odierni 1500 c.ca. Nella KOERUNG i cani sono sottoposti a rigorosi test caratteriali, dove, oltre a dimostrare equilibrio, devono superare sfide e pressioni che soltanto ROTT di alta tempra sono in grado di sostenere. Tutte queste prove sono regolarmente filmate ed a disposizione di tutti. Questo vuol dire fare selezione, questo è il solo modo perché una razza conservi le sue caratteristiche tipiche. L’esempio si riferisce alla Germania non per un malinteso senso di esterofilia, ma per il semplice fatto che la rigorosa selezione consente di seguire il percorso dei geni. Per seguire il percorso dei geni è indispensabile la lettura dei pedigree. La “cartina di tornasole” è rappresentata dallo Zuchtbuch. Su questo documento, redatto ogni anno, si trova:

– L’indice delle nascite in ordine alfabetico degli affissi;

– l’elenco degli stalloni;

– l’elenco degli accoppiamenti di ogni maschio anche con femmine non adrk;

– l’elenco delle nascite con i nomi di padre, madre, e nonni con i risultati raggiunti dagli stessi. Numero dei soggetti nati, sesso, n. del pedigree e del microchip.

– statistica delle nascite

– lista degli allevatori

– risultati delle radiografie HD/ED riguardanti tutti i cani esaminati nell’anno;

– elenco dei cuccioli esclusi perchè nati con anomalie (prognati, enognati, chiusura a tenaglia o incrociata, monorchidissimo, ernia ombelicale leggera,media e forte.

– risultati dello ZTP con il giudizio;

– elenco e giudizio dettagliato delle Kòrung

– elenco dei soggetti che hanno superato prove di lavoro e relativi punteggi.

Soltanto disponendo di uno strumento di questa portata è possibile ricostruire la storia della razza, la genetica di ogni soggetto, quello che in altri settori merceologici viene indicata come “tracciabilità del prodotto”. Non so quale altro paese disponga di uno strumento simile. In ultima analisi il destino della razza si gioca sulla selezione di tre caratteristiche fondamentali con valore di postulati:

Morfologia, caratterialità e, prima di tutti, capacità di trasmissione alla discendenza. Per quanto concerne la capacità di trasmissione alla discendenza è necessario individuare i portatori del genotipo. Per individuare e promuovere i portatori del genotipo è indispensabile conoscere il percorso dei geni, e qui ritorniamo alla selezione come elemento fondamentale dell’origine ma anche della sintesi.

Per individuare i fenotipi sono sufficienti dei buoni cinotecnici in grado di segnalare dei soggetti, seguendoli sia nelle prove di lavoro sia nelle esposizioni, ma questo non è sufficiente. Se non è possibile seguire il percorso dei geni non è parimenti possibile effettuare una vera selezione, e al momento questo non è possibile perché non avendo lavorato sulle “linee di sangue”, ma, nella migliore delle ipotesi sul fenotipo, ci si trova di fronte all’ostacolo più grosso, “l’illegibilità”dei pedigree.

Anche il genetista più preparato e pieno di buona volontà si troverebbe disarmato.

Per cercare di allevare seriamente e con possibilità di successo, è necessario “lavorare” su delle fattrici di cui si possano individuare delle “linee” per poi poter scegliere gli stalloni portatori di caratteri che vadano a rafforzare o ad integrare ciò che è già presente. Naturalmente le previsioni (anche i consuntivi) si basano sul calcolo delle probabilità, pertanto più alto è il numero dei soggetti, compresi quindi anche gli stalloni utilizzati, disponibili in allevamento, maggiori sono le probabilità di successo. Va da se quindi che il calcolo statistico per un singolo accoppiamento è relativamente limitato. Ricordiamo a coloro i quali non siano supportati da reminiscenze scolastiche e volessero misurarsi con questo metodo, la definizione e la formula delle PROBABILITA’.

La probabilità di un evento è il rapporto fra il numero dei casi favorevoli e il numero dei casi possibili, supposti tutti ugualmente possibili.”

Se indichiamo con N il numero dei casi possibili e con V il numero dei casi favorevoli, la probabilità P dell’evento è data da:

P= __V_         

         N 

(E. Levi – Matematica finanziaria e attuariale – )

Riteniamo non superfluo ricordare, che esistono dei geni non modificabili e che costituiscono i caratteri propri della specie. Esiste poi un altro gruppo di geni, omozigoti ed eterozigoti, sui quali sipuò lavorare per il miglioramento della razza; parliamo di quelli cheriguardano le variabili morfo-funzionali.

La genetica e la storia ci dicono cioè che possiamo intervenire sull’aspetto (colore del mantello, conformazione generale), ma sul comportamento possiamo intervenire soltanto quantitativamente, spingendo o limitando alcuni aspetti. Ne è la prova la stabilità di base dei modelli ancestrali che non è stata scalfita, nonostante tutti gli interventi di addomesticamento e di selezione operata dall’uomo in diecimila anni (K. Lorenz “Das Sogen.” – B. Fogle “La mente…” pg. 30/31- A. Manning “An Introduction to animal Behaviour”).

Per esempio: la manipolazione genetica può produrre cani dal fiuto più sensibile, più veloci nel riportare la selvaggina, ridurre o aumentarne l’aggressività, operare cioè su quei caratteri specifici presenti nel patrimonio ereditato filogeneticamente. Ma non potremo mai ottenere moduli comportamentali derivati dalla comprensione di “…pensieri astratti o frasi condizionali….” (B. Fogle “La mente..), ma soltanto quelli (comportamenti) derivati da nessi associativi. Esaminare questo aspetto sulla scorta dei nuovi contributi apportati dalla ricerca recente degli etologi cognitivisti. Bekoff, Allen, Griffin etc. La fissazione dei caratteri che interessano, si ottiene attraverso accoppiamenti omozigotici in un gruppo abbastanza ristretto di soggetti. Il rovescio della medaglia è che oltre il raggiungimento del risultato,nel tempo, si possono manifestare difetti gravi o vere e proprie tare addebitabili alla consanguineità, fino ad un certo punto coperte dai caratteri dominanti. Vedremo in seguito come ovviare a quest’inconveniente.

L’ADRK proibisce accoppiamenti tra consanguinei, in questo caso però il metodo seguito, e cioè il grande rigore selettivo, fa sì che in pratica soprattutto in linea maschile le fonti genetiche siano ristrette ad un numero esiguo di soggetti per la maggior parte di altissimo livello. In questo modo si opera, di fatto, in regime di consanguineità allargata, che consente di mantenere inalterata la qualità e l’omogeneità dei geni. Se analizziamo pertanto l’albero genealogico dei soggetti più importanti, ci accorgiamo che hanno molti antenati comuni.

E’ tutto il sistema che opera come un unico grandissimo allevamento

Il rovescio della medaglia @@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@

La consanguineità di per se non è perciò da respingere aprioristicamente ma, come tutti gli strumenti, ciò che conta è la capacità di usarla e il fine che si vuole raggiungere.

In proposito possiamo ricordare come le razze odierne, fortemente specializzate, sono state “costruite” operando per fissarne il tipo su un numero esiguo di soggetti per diverse generazioni. Questo è quanto è stato fatto da Von Stephanitz, Laverack, Dobermann, Rose, etc.

Per citare un altro validissimo esempio, ricordiamo che lo stesso metodo è stato seguito, nei cavalli, quando è stato “creato” il purosangue inglese. Infatti, tutti i moderni purosangue discendono per linea maschile da soli tre stalloni, essi furono gli arabi Godolphin e Darley, e il turco Bierley.

L’importazione di questi cavalli in Inghilterra data al diciottesimo secolo pertanto nessuno dei tre è stato sottoposto alla selezione delle corse. In conformità a quale criterio gli allevatori utilizzarono quei tre soggetti?, La risposta può essere soltanto una, gli inglesi avevano individuato la grande capacità di trasmettere il loro patrimonio genetico (“Gli animali” De Agostini Novara 1974 pg. 114). Questo sta ancora una volta a significare che quello che conta nella riproduzione, non sono tanto o solo le qualità dei soggetti utilizzati, ma la loro capacità di trasmissione alla discendenzaPer ritornare alla consanguineità è opportuno rilevare, oltre alla validità, anche i motivi dell’estrema delicatezza dello strumento che va utilizzato con la sovrintendenza di un buon genetista, presentando problemi di carattere etico di notevole rilievo. Come dicevamo, operando su soggetti strettamente imparentati, si arriva inevitabilmente alla comparsa di difetti, anche gravi di carattere ereditario. Se partiamo dal postulato che le anomalie si comportano, quasi sempre, come caratteri recessivi; il rimedio è rappresentato dalla tecnica del reincrocio. Questo strumento, che serve per individuare i soggetti portatori del gene incriminato ed eliminarlo dalla riproduzione, è quello utilizzato ad oggi e che abbia avuto un’applicabilità pratica ed efficace. Perciò il sospetto portatore dell’anomalia, che potrebbe anche presentarsi fenotipicamente in ordine, è accoppiato con un portatore del carattere recessivo omozigote.Se il soggetto sottoposto ad esame non è portatore del carattere recessivo, la cucciolata sarà esente dal difetto, se invece l’elemento soggetto a verifica è presente, il risultato sarà: Fenotipi sani e “anomali” in rapporto paritario. Questo tipo di controllo della selezione anche se da buoni risultati, sempre nei grandi numeri, pone certamente problemi di carattere etico. Gli accoppiamenti di controllo (testcross), nel caso si tratti di gravi anomalie, possono produrre soggetti con importanti patologie che dovranno essere eliminati. E’ più che evidente che le ripercussioni sono anche d’ordine economico. In proposito il Trumler (“Mit dem Hund auf du”) ammonisce: “….Chi inoltre è in condizione di non porsi il problema di ricavare un guadagno dalla sua attività d’allevatore lo faccia subito. E’ adatto a fare l’allevatore anche chi, proprio per il senso di responsabilità possiede abbastanza autocontrollo e forza di volontà per lasciare in vita solo gli individui migliori.”Per fortuna la scienza ci offre oggi degli strumenti per cui queste tecniche apparterranno sempre di più al passato. In questi ultimi anni l’evoluzione delle biotecnologie, tramite l’analisi del DNA, ha dato la possibilità ad operare la selezione valutando il genoma.

Pertanto la possibilità di operare una selezione con dati attendibili, direi quasi certi senza utilizzare metodi che, come dicevamo in precedenza, confliggono con la sensibilità e il rispetto che merita ogni essere vivente. Il controllo sulla trasmissione dei geni avviene con l’identificazione del genotipo della prole e dei soggetti (genitori), attraverso marcatori genetici micro satelliti, trasmessi in modo mendeliano. Ora si tratta di vedere quanto queste tecniche siano disponibili per l’allevatore medio, sia per la complessità della sua attuazione, sia per i costi. Un altro elemento che ci ha sempre “complicato la vita”, sia nella filosofia che nella ricerca scientifica è quella tra ereditarietà e ambiente. Ebbene le nuove frontiere della scienza ci aiutano un po’ a chiarirci le idee su questo annoso argomento, che avrebbe conseguenze anche sull’ereditarietà e, quindi, sull’allevamento. Il principio, ormai acquisito, che il genoma è un elemento fisso e immutabile e si riproduce uguale a se stesso è rimesso indiscussione da una branca della ricerca: l’epigenomica. Secondo questa teoria il percorso di un individuo non è già deciso, in quanto scritto nel DNA, ma può essere modificato dagli stili di vita e queste variazioni possono essere trasmesse alle generazioni successive. Naturalmente il “problema” è molto complesso, detto in parole povere, si tratta di variazioni sull’attivazione di determinati geni, ma non sulla struttura del DNA. Pertanto l’epigenoma è un sistema che registra ogni “messaggio” proveniente dall’ambiente e attraverso le cellule trasmettere la propria identità anche alle generazioni successive. Non è un’ipotesi così peregrina, ipotizzare che un allevatore serio sia attento alle condizioni di vita dei suoi cani, non solo per motivi etici, e non solo alle scelte selettive.

Per capire meglio i meccanismi dell’ereditarietà dei caratteri è bene tornare a rivedere la legge fondamentale di colui che, per primo e con risultati che sono tuttora alla base della genetica moderna, ne ha formulato la teoria e cioè:

Gregor Mendel.

Addestrare – Educare

Nel campo dell’addestramento cinofilo la manualistica rappresenta, nella maggior parte dei casi la cultura” dominante. Si tende spesso, direi quasi sempre, all’ esecuzione di tutta una serie di tecniche memorizzate in una casistica applicata meccanicamente.

Per quanto mi riguarda ritengo che soltanto delle solide basi teoriche, cioè la conoscenza dei meccanismi fisiologici, quelli cioè di derivazione onto e filogenetica che sono alla base del comportamento, possono consentire di valutare correttamente, caso per caso, le tecniche da applicare. Nel merito voglio ricordare le parole di Piero Scanziani: “L’insuccesso nell’addestramento è dovuto generalmente alla mancanza di cognizioni teoriche”

Pertanto, più che elencare la solita serie di movimenti standardizzati che vengono normalmente messi in atto per cercare di ottenere dal cane le risposte desiderate, è necessario analizzare i meccanismi che presiedono il suo modo di agire e di pensare, solo a questo punto potremo individuare gli strumenti più idonei. In poche parole: solo la conoscenza teorica è la chiave per interpretare un fenomeno con un alto grado di affidabilità scientifica, ed è questa che dobbiamo conoscere per utilizzare la tecnica che non è altro che uno strumento e come tale, soggetto, conseguentemente, a tutte le modificazioni e personalizzazioni possibili e immaginabili. 

Individueremo perciò dei principi guida generali per ottenere la nostra dominanza psicologica e non scadere nella manualistica. Ciascuno poi utilizzerà gli strumenti che riterrà appropriati secondo i soggetti o le circostanze. “….Per addestrare un cane non devono esserci regole fisse o dettami codificati……il cane è un individuo pensante, con gusti e avversioni, paure e sentimenti. E’ molto di più di un semplice recipiente della nostra volontà…..possiamo trasformarlo in umo schiavo svogliato e frustrato o renderlo un amico felice e appagato” (G. Sims)

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Addomesticare vuol dire creare dei legami (Antoine de Saint-Exupery)

I concetti d’educazione e addestramento tendono, nel linguaggio corrente o se si preferisce nell’ambito del senso comune,ad essere considerati due momenti nettamente distinti della vita del cane. Solitamente s’intende per educazione un insieme di regole elementari a cui il cane deve sottostare nell’ambito della vita familiare, per rendere possibile la convivenza con il branco umano. Dico che “il cane deve sottostare” perché, quasi sempre si pretende che il “nostro amico” accetti di piegarsi alle nostre esigenze, senza chiederci minimamente se e in che misura queste nostre “pretese” siano compatibili con la sua natura e come e quanto possano essere accettate. Il cane, nonostante conviva da millenni con l’uomo, risponde a delle regole naturali ereditate filogeneticamente. La regola fondamentale che presiede alla sopravvivenza della specie è la legge del branco e, nel suo ambito, quella che garantisce “l’ordine” finalizzato alla sopravvivenza: La Gerarchia.Capire queste regole e uniformarvisi immediatamente è molto semplice anche per i nostri cani domestici, abituati magari a dormire sul divano. Quando però il cane vive nel “branco misto” (branco uomo/cane) la sua vita si complica perché noi pretendiamo di insegnare ai cani le nostre regole di vita. 

I cani sono capaci di apprendere soltanto ciò che è compatibile con il loro innato. E’ un merito del cane se si adatta a vivere con noi, ma spesso questa situazione genera in lui dei disturbi comportamentali o delle vere e proprie nevrosi, che poi gli imputiamo, ma di cui in definitiva siamo noi i veri responsabili con i nostri comportamenti scarsamente rispettosi della sua personalità e dignità. (Personalità in questo caso non è inteso nel senso della persona umana, ma secondo il concetto etologico come inteso da K. Lorenz e teorizzato in “Il cosiddetto male”)

L’educazione di base, che i comportamentisti definiscono “condizionamento classico” consiste nel provocare reazioni condizionate di primo tipo. W. E. Campbell dice:”…..una volta che un determinato comportamento è stato appreso in una situazione sperimentale……, il cane presenterà onde cerebrali caratteristiche e specifiche di quel comportamento…il giorno successivo, anche se in realtà non sta esibendo quel comportamento”. Questa ipotesi non la trovo del tutto convincente, poichè “….il cervello del cane non ha una rigidezza tale da agire per riflessi…..” (B. Fogle). Questo tipo di condizionamento, nel senso comune, è inteso come una serie di norme piuttosto elementari, per insegnare quel minimo di regole sufficienti che consentano la convivenza. Pertanto siccome si pretendono prestazioni di livello più basso si è portati a pensare che dette regole possono essere insegnate in modo rudimentale, nel senso più ampio del termine.

L’addestramento “vero e proprio”, altrimenti detto “condizionamento attivo” presuppone” che I “progressi siano ottenuti con il coinvolgimento della persona” e basato sul principio che determinate……” azioni siano seguite da una ricompensa” (B. Fogle) Intanto si pone il problema di chi e come dovrà addestrarlo. Chi non ha pratica ed esperienza alcuna pensa immediatamente al professionista e lasciargli il cane pensando di riavere dopo tre o quattro mesi qualcosa di molto diverso rispetto a quanto avevamo in precedenza. Facendolo vivere magari tre o quattro mesi fuori dal suo ambiente familiare. Niente di più stressante per il cane.

Un Rott adulto particolrmente dominante non è “addestrabile da terzi. I danni che pottrebbe riportare sarebbero molto seri. Proviamo ad immaginare Mambo Teufelsbrùcke, Racker Flugschneise, o Maik Oberhausener Norden, tanto per fare qualche esempio, strapazzati da un estraneo. Ma, ammesso e non concesso che vada tutto bene, la mancanza di quel rapporto “personale” e di affettività, di quel qualcosa di irripetibile che lega il cane al proprio “padrone”, farà si che più di tanto non si potrà mai ottenere per questa via. Il professionista può andare bene se segue e indirizza il conduttore in ogni fase dell’addestramento. Ma è difficile mettersi contro interessi che fanno sistema. “Gli affari sono affari”. In ogni caso se si decide di far frequentare un corso al proprio cane, “……è meglio andare a vedere prima senza cane, se non vi piace quello che vedete, probabilmente non piacerà neanche al vostro cane” (J. Fisher)

Bisogna poi considerare che la metodologia del rinforzo positivo, che è quella che garantisce le maggiori possibilità di successo, richiede tempi lunghi che si aggiungono alla lentezza con la quale bisogna procedere nell’addestramento del Roti. Il rinforzo positivo “E’ un sistema che si basa esclusivamente sugli incentivi e rigetta qualsiasi forma di manipolazione fisica” (J. Fisher) Alla luce di tutto ciò, va da se che il miglior addestratore del cane è il proprio partner (padrone?). Una piccola disgressione. Più di venti anni fa applicavo già questa metodologia sotto lo sguardo ironico di alcuni “picchiatori” ritenuti “guru” nel campo dell’addestramento. Oggi sono stati quasi tutti “folgorati sulla via di Damasco”. Meglio tardi che mai. E’ bene allora sgombrare il campo dalla falsa dicotomia “educazione/addestramento”, entrambe sono le facce di una stessa medaglia, si riferiscono a periodi diversi della vita del soggetto, si diversificano per il livello di apprendimento e per le finalità che si vogliono raggiungere, ma i principi base e la metodologia sono le stesse. L’educazione non deve puntare ad altro che ad ottenere tutta una serie di risposte a degli stimoli, da noi volute, commisurate alle capacità del cucciolo basate solo ed esclusivamente sul condizionamento, propedeutiche alla specializzazione a cui vorremmo indirizzare il cane da adulto (prove di utilità e difesa, agilità etc.)

Per ottenere dei buoni risultati nell’educazione/addestramento del nostro“amico”, è necessaria una sottomissione raggiunta tramite il suo completo controllo psicologico.

Per conseguire questo risultato, il cui grado è ovviamente legato alle potenzialità del soggetto, e alle capacità del conduttore è necessario partire da alcuni postulati che sono necessari per l’applicazione della tecnica del modellamento del comportamento.

Modellare vuol dire dare forma con riferimento ad un modello, in questo caso il modello sono le potenzialità del nostro cane: la sua struttura psicosomatica, la quale struttura è una sintesi di istinto e apprendimento. “….essi dipendono dalla genetica, dagli ormoni, dai sensi e da tutti gli stimoli esterni….da noi, da altri cani ed animali e dal suo ambiente.” (B. Fogle)

Un altro concetto da chiarire è quello di non confondere l’intelligenza con l’addestrabilità.

E’ già un errore parlare di intelligenza “tout court”. L’addestrabilità è un aspetto di quel tipo di intelligenza detta ubbiditiva, esistono razze di cani molto intelligenti ma carenti per ciò che concerne l’intelligenza ubbiditiva (es. il Boxer,cane certamente intelligente in senso lato, difetta sicuramente in quanto ad intelligenza ubbiditiva.) Uno dei più grandi esperti del boxer e grande cinotecnico, il dr. Tomaso Bosi ha preso in esame circa 150 dei migliori stalloni tedeschi del periodo 1982-1987, ebbene in Sch quasi tutti raggiungono l’eccellenza in pista e in attacco, in obbedienza il punteggio mediamente si attesta intorno agli 80 punti. =( T. Bosi: Incontri con il Boxer- ). S. Coren in una classifica dei cani in base all’intelligenza lavorativa e ubbiditiva, lo colloca al 48° posto. =( S. Coren: l’intelligenza dei cani – ).

Parlando pertanto di addestrabilità non si può non tener conto che alcune razze siano più facilmente addestrabili di altre ma non per questo da ritenersi più “intelligenti”. Pertanto bisogna tener conto delle differenze tra le razze per quanto riguarda: il “tipo” d’intelligenza”, la duttilità, la tempra, il temperamento. Per questo ho sempre sostenuto che il rottweiler avendo delle caratteristiche che lo rendono completamente diverso dalle razze di tipo lupoide, e che, dal momento che gli “addestratori”sono, nella grande maggioranza provenienti da quelle razze, non conoscono la specificità del Rott e, quando sono bravi, applicano metodologie inadeguate per cui il soggetto non dail massimo delle sue potenzialità. La mia convinzione è che per il rottweiler ci vogliono degli specialisti. Ho visto commettere troppi errori e rovinare ottimi cani (presunzione a parte), e di fronte alle mie perplessità sentirmi rispondere: “ma poi è sempre un cane”. Se l’addestramento non è cucito sulle tendenze di una razza (e di un soggetto, aggiungo io) I progressi saranno pochi o del tutto assenti” (G. Sims)

Se per esempio possiedo un terrier, so già che molto difficilmente potrò farne un campione in obbedienza, così come non potrò mai fare del Bloodhound un grande cane da attacco.

Nel 1985 I coniugi Hart, lui docente del comportamento animale all’università della California lei direttrice del programma uomini-animali nello stesso ateneo, hanno pubblicato una indagine, di dimensione senza uguali, sulla mente di diverse razze di cani. Usando un metodo chiamato “analisi del fattore” hanno valutato quattro predisposizioni di base della mente del cane. Il Rottweiler, con il Dobermann, il Pastore tedesco, e l’Akita, appartiene alla classificazione definita: Alta aggressività, altissima addestrabilità, bassissima reattività. Quest’ultimo aspetto riguarda l’eccitabilità, l’attività generale, morsi ai bambini, latrato eccessivo, richiesta di affetto.

Tra tutte le sintesi prese in esame dei vari gruppi di razze, questo è il miglior mixer rilevato.

Per quanto mi riguarda mi lascia un po’ perplesso il fatto che non sia stato preso in esame un cane come il Malines. Ma forse nei primi anni 80 la razza non aveva ancora avuto l’esplosione di questi ultimi anni. Naturalmente, all’interno delle varie razze, esistono poi le attitudini e le potenzialità individuali. In ultima analisi il “modellamento del comportamento” consiste, tenuto conto di tutto questo, nel coinvolgere mentalmente e fisicamente il cane, tramite il gioco o altre gratificazioni (cibo), stimolando e accrescendo le sue qualità, le attitudini naturali. “Per il cane il gioco è il collante dell’esistenza” “Il lavoro deve somigliare al gioco pur rimanendo lavoro”(G.SIMS) Questo inizia quando il cane ha sessanta giorni, sarà parte piacevole e integrante della sua vita e del nostro rapporto con lui, diventerà condizionamento che è la pietra angolare della sottomissione psicologica, il pilastro di tutti gli esercizi di obbedienza e di una piacevole convivenza con il nostro cane. Lo sforzo che dobbiamo compiere è quello di creare entusiasmo e non un soggetto frustrato e spaventato. A volte è sufficiente l’irritazione, che proviamo se non otteniamo le risposte volute, che il cane percependo questo nostro stato d’animo si sentirà inibito.  I cani hanno la capacità di capire I nostri sentimenti ancora prima che noi li manifestiamo.Non c’è bisogno di maltrattamenti fisici per rovinare un cane intelligente. Bastano l’insensibilità e l’incapacità di comprenderlo”(G. Sims)

Il metodo seguito comunemente è invece quello di sconfiggere il cane, o di tentare di farlo, il risultato è, quasi sempre, quello di avere con lui un rapporto perennemente conflittuale. “E’ sempre stata una strana mania degli addestratori quella di usare la punizione come coadiuvante del programma educativo e, invariabilmente, con questo metodo, si finisce sempre per punire il sintomo anziché stabilire la causa sottostante e rimuoverla” (J. Fisher)

Naturalmente ci sono strenui difensori di quest’ultimo sistema, peccato che una volta portato un cane ad un certo livello, non sia possibile dimostrare che si potesse ottenere in altro modo risultati diversi.

Il cane è per sua natura predisposto ad interpretare positivamente quanto gli viene insegnato, non solo, ma l’addestramento per le prove di lavoro sono il modo migliore per esprimere la sua personalità. Il cane al quale viene permesso di usare la propria capacità mentale è un cane felice che risponderà con vivacità ogniqualvolta riceverà dei comandi. Negli esercizi di addestramento si verificano però spesso situazioni in cui le facoltà del cane vengono limitate anziché esaltate. Ciò si verifica quando, in un clima di elevata competitività, gli esercizi standard per le prove di lavoro vengono praticati in modo estremo. In questo caso il risultato è quello di ritardare anziché sviluppare il cervello del cane, il quale può essere paragonato ad un soldato, disciplinato, rapidissimo a rispondere a quei comandi che ha imparato meccanicamente, ma che certo non può mettere in atto autonomamente una propria iniziativa.

Come metodo correttivo si può usare il rinforzo negativo che non vuol dire punizione, come nei vecchi metodi di addestramento es.: Strattoni con collare a strangolo, picchiare con un frustino, collari a punte etc. Sarà capitato a tutti di vedere un cane fare un qualcosa di non voluto dal conduttore e assumere immediatamente atteggiamenti di sottomissione. Quando si verificano questi casi il cane non impara a non compiere quell’azione ma solo “….quello che viene dopo”. “Evidentemente il castigo non riguarda il “delitto” ma solola sua cessazione” (J. Fisher)

Per evitare il verificarsi di questa situazione bisogna fare in modo che il cane capisca che è stato ciò che ha fatto, a procurargli certe conseguenze. Per esempio: Il cane sta rovistando in un bidone di rifiuti, in quel momento gli arriva addosso un mazzo di campanelli o un secchio d’acqua, gettati da terzi. Il cane non deve capire da dove o da chi provenga il lancio, in questo, caso il cane difficilmente si avvicinerà di nuovo al bidone. Se poi il cane è un rottweiler, sappiamo che l’operazione dovrà essere ripetuta più di una volta. Se il conduttore si mette a sgridare il cane ed effettua il lancio, il cane capirà chi è il rinforzatore e a questo punto il rinforzo negativo” diventa punizione. Questa tecnica è stata teorizzata dal colonnello Konrad Most. (Il colonnello K. Most dell’esercito prussiano, autore di un famoso manuale per addestramento del cane, teorizzava già all’inizio del secolo scorso, metodologie  e principi del condizionamento trent’anni prima di B. Skinner. Bisogna anche aggiungere però che il suo lavoro, per quei tempi molto avanzato, oggi se pensiamo al collare a spilli, l’interruttore etc. sono ampiamente superati ma utilizzati ancora in molte forze di polizia e forze armate nel mondo). Il principio di base su cui si fondava il metodo Most infatti, era incentrato “….sull’assunto che il rapporto tra uomo e cane sia gerarchico – con un unico vincitore – e che possa essere instaurato unicamente attraverso la forza fisica, con una vera e propria “lotta”…..il cane deve convincersi fin da subito dell’assoluta superiorità fisica dell’uomo (Bradshaw)” Tutto ciò, la dominanza, è la conseguenza di un luogo comune, teorie più recenti dimostrano come l’armonia e “…la collaborazione sembra stare alla base del branco (Bradshaw)” “I branchi che nascono in natura, allo stato brado, sono di solito entità armoniose, dove l’aggressione non è la norma ma l’eccezione (Bradshaw)”. Per lo stesso motivo possiamo considerare superati i finimenti di Boetteger per la pista e la borsa contro il dente duro di Gersbach. Lo stesso vale per le tecniche Castaing, Delfino etc. Scambi di pareri di autorità accademiche concordano “….sul fatto che il presunto istinto del cane a dominare è in realtà solo un mito utile per chi desidera continuare a servirsi delle punizioni fisiche, anzi, uno dei miti già demoliti sia dagli studi sui lupi sia da quelli sui cani. (Bradshaw)”.

Esiste un atto che si può considerare punitivo ma che non richiede alcun intervento fisico, si chiama ostraicismo. “…l’ostraicismo è un castigo molto severo e molto efficace se usato nel modo giusto” Questo tipo di punizione fa leva sulla socievolezza del cane e del suo bisogno di essere sempre con il branco. Se il cane commette qualcosa di scorretto, girategli immediata- mentele le spalle e lasciatelo da solo. Rifiutare per qualche minuto qualsiasi tentativo di riconciliazione da parte sua. Nel caso di mancanza molto grave, chiuderlo per qualche minuto in un locale da solo.

Quale tecnica per il Rottweiler

Per quanto attiene il Rottweiler, quella del modellamento del comportamento è, per quanto mi riguarda, l’unica che consenta di ottenere i risultati migliori.

Mi riferisco a soggetti in tipo, soggetti rispondenti a quanto stabilito dallo standard e non a quanto è stato talmente alterato dalle esposizioni di bellezza o da accoppiamenti ignoranti principi elementari di genetica, tantochè il modulo originale quasi non è più riconoscibile.

Il Rottweiler è un cane dominante, è portato ad ubbidire quando il comando coincide con le sue intenzioni, tecniche coercitive sono assolutamente controproducenti, con soggetti adulti di una certa tempra possono rivelarsi anche pericolose. Una delle caratteristiche del Rott, e dalla quale si può desumere la sua “originalità” è il suo modo di comunicare visivamente.

In genere “I cani rivelano il loro stato emotivo mediante……………i segnali del muso e del corpo………I rottweiler…..difficilmente emettono segnali con il corpo, Possono passare dalla contentezza (quasi dalla sonnolenza) alla collera senza rivelare il cambiamento con segnali corporei” (B. Fogle – j. Fisher). Tutto ciò con una esplosione in una frazione di secondo e questo è uno dei motivi della sua imprevedibilità.

Se consideriamo la questione dell’addestramento da questa prospettiva, capiamo il significato e la necessità del condizionamento. L’addestramento non è un qualcosa di avulso dalla quotidianità, ma tutta una serie di risposte a degli stimoli che noi inseriamo un po’artificiosamente, quotidianamente, quando ci rapportiamo con il nostro cane e che entrano a far parte della totalità dei comportamenti al pari, o quasi, di quelli innati. Ogni nostro atto è pertanto finalizzato. ma per ottenere la risposta che vogliamo dobbiamo prima chiederci: “ …Ma perché costui (il cane) dovrebbe fare ciò che sto per chiedergli ?”.

Ecco, alla base di tutto c’è il fatto che anch’egli sia interessato a ciò che gli chiedo di fareSe invece utilizzo una tecnica coercitiva, ammesso che riesca a raggiungere il risultato, il cane assocerà un pessimo ricordo a quell’azione e in futuro non appena potrà cercherà di sottrarvisiTenuto conto che cercherò di ottenere reazioni condizionate che inducono la ripetitività di un comportamento, due sono le strade percorribili contrassegnate da due tipi di stimoli contrapposti, ma che fanno capo allo stesso apparato preposto all’apprendimento. Il primo (tipo di stimolo), porta alla ripetitività del comportamento, il secondo alla sua inibizione.

Entrambi questi meccanismi fanno parte dell’apparato preposto all’apprendimento e possono essere utilizzati secondo le circostanze, il buon senso, un po’ d’esperienza, e soprattutto quanto teorizzato da autorevoli scienziati (K. Lorenz – W. Craig etc.) (K. Lorenz “Die acht Toedsunden der zivilisierten Menschheit“ ), ci porta però alla conclusione che insegnare un comportamento specifico ad un animale tramite stimoli negativi, ben difficilmente porta al risultato voluto. Se osserviamo il suo atteggiamento, il cane manifesterà maggiore interesse a fare delle cose per cui è portato e una certa resistenza per ciò che non gli piace. L’evoluzione stessa ha risolto il problema della ricerca di stimoli molto specifici mediante stimoli premio, ad esempio gli stimoli legati alla fame e all’accoppiamento (W. Craig [cit. in “Die acht…” K. Lorenz ]).

Per ciò che concerne gli stimoli premio, è bene ricordare che il cane (gli animali in generale e anche l’uomo) preferisce quasi sempre premi immediati, anche se di entità limitata, a quelli anche più consistenti ma differiti. Oltre l‘immediatezza della ricompensa, quella elargita a “……intervalli variabili…” è quella che si è dimostrata di maggiore efficacia.

Un altro esempio molto calzante è quello portato dal prof. Dodman (N. Dodman = Il cane che amava troppo ), quando afferma che per i delfini e le orche viene usato il metodo del rinforzo positivo; come sarebbe possibile utilizzare collari a punte o altri metodi simili?

Le leve del sistema

Dicevo che la base della convivenza all’interno dello stesso gruppo è l’ordine gerarchico. A questo punto va da se che per ottenere il controllo psicologico del mio cane dovrò presentarmi a lui, immediatamente, nel ruolo di capobranco. Dico immediatamente e cioè non appena porterò a casa il cane, presumibilmente all’età di 60/70 giorni, perché se attendo il “fatidico” anno, un esemplare già sui quaranta Kg. anche se ancora un cucciolone, è già in grado di conoscere le sue possibilità e di capire che è in condizione di misurarsi con noi con larghe probabilità di successo. Il nostro compito diventerà allora molto difficile, ed è questo una delle ragioni più importanti dell’insuccesso nell’addestramento dei Rottweiler.

Nel merito e a titolo meramente esemplificativo, vorrei ricordare un episodio che mi riguarda direttamente e accaduto oltre trentanni fa. Sono in alta Baviera per ritirare il mio cucciolo, che poi chiamerò Lothar, figlio di Gòtz v. Kònigsgarten fratello di Gunda, madre di Hassan (KS 85) e Hulda (KS 85 e 86). Per non stressare il cucciolo, che dovrebbe già essere depresso per essere stato allontanato dalla madre e dai fratelli, non lo isolo nella gabbia ma lo sistemo in uno scatolone sul sedile posteriore. Appena parto inizia la lotta tra lui, che continuava a saltare fuori, e mia moglie che, con altrettanta tenacia, tentava di ributtarlo dentro. La cosa va avanti per un bel pezzo finchè mia moglie, stremata, alza bandiera bianca e gli consente di accomodarsi sulle sue ginocchia. Pensai subito che stavamo commettendo un errore, ma eravamo in viaggio e non avevamo molti spazi di manovra. Il confronto era appena cominciato e lui aveva già tentato di imporsi. Pensai: costui mi darà del filo da torcere. Arrivato lo lascio razzolare in casa perché si ambienti e socializzi con la “vecchia” Petra; una mia femmina di cinque anni. Giunta l’ora di andare a dormire, dico a mia moglie: “Adesso portali in garage”. La Petra non appena sente queste parole, si porta dietro la porta d’ingresso pronta ad uscire, come mia moglie prende in braccio il cucciolo (70 gg.) costui si rivolta ringhiando azzannandole il braccio. I danni non sono rilevanti, anche se i denti da latte provocano dei graffi fastidiosi, ma è abbastanza perchè mia moglie si rifiuti di compiere l’operazione e mi apostrofi con un: “Portalo giù tu”. Ho sentito spesso teorizzare che in queste situazioni, si prende il soggetto per la collottola e gli si da una vigorosa scrollata. Questa è una delle peggiori violenze che si possano esercitare su un cucciolo, è un po’ come prendere a pugni in faccia un bambino maleducato e un po’ ribelle. Mi apprestai allora a compiere l‘operazione, avvolsi il braccio dove dovevo posare la testa di Lothar in un asciugamano, sulla mano misi un guanto. Presi allora in braccio il cucciolo. La reazione fu repentina e di rara intensità, i denti del cane affondarono nell’asciugamani accompagnati da un ringhio profondo, io con atteggiamento serafico continuai a camminare verso la porta come nulla fosse. Ci fu una breve pausa dove il cane mi sembrò come un po’ stupito, poi improvvisamente ripetè l’operazione sia pure con minore convinzione, rimasi imperterrito. Il cane fece buon viso e si fece portare in cuccia “abbastanza” tranquillamente. Anche se la serie dei confronti era appena iniziata, avevo messo il primo importante tassello della sottomissione psicologica. L‘errore comunque era già insito nel fatto che avrei dovuto tenere il cucciolo a dormire con me, ma ostavano in quel momento questioni di logistica cui misi riparo qualche giorno dopo.

Qual’ è la morale di questo episodio ce lo dice K. Lorenz nel suo saggio sull’aggressione “Das sogenannte Bòse” : “Non c’è niente di più disarmante che la superiorità dimostrata attraverso la resistenza passiva. Ossia da una tale differenza di potenziale, che uno dei due può sopportare, senza riportare alcun danno, gli attacchi dell’altro.”

E’ facile capire come questo tipo di condizionamento e modo di rapportarsi, non possa essere messo in atto quando il cane avrà raggiunto un certo stadio del suo sviluppo, anche se devo dire che, in seguito a miei errori, un altro cane (Càsar) dotato di un temperamento straordinario,in seguito a miei errori, mi ha afferrato per due volte il braccio, senza stringere troppo forte, guardandomi in faccia come dire: “adesso come la mettiamo?” Anche in questo caso ho usato lo stesso principio, ho continuato a camminare come nulla fosse. La presa si è gradualmente allentata e abbiamo continuato a “divertirci” insieme. Il senso comune ci porta a pensare che con razze dotate di un’alta aggressività endogena il rapporto “personale” debba essere improntato ad una sorta di autoritarismo. Niente di più sbagliato: “Un vincolo personale, un’amicizia individuale si trovano soltanto negli animali con un’aggressione intraspecifica altamente sviluppata, anzi questo vincolo è tanto più forte, tanto più aggressiva è la specie…..” (K. Lorenz = Das sogenannte Bòse).

Semprechè si sia capaci di stabilire questo profondo vincolo personale.

Il rapporto affettivo con Lothar, durato 12 anni, fu di grande profondità, anche se lui, da dominante qual’era, non mi “gratificò” mai di una leccata sulla faccia e mai mi porse la zampa anche nei momenti di maggiore pathos affettivo. Mi riconobbe sempre però il ruolo di “primus inter pares”, ruolo che mi guadagnai giorno per giorno ma di cui misi le basi determinanti quella sera indimenticabile della sua prima “ribellione”. Riferendomi a quanto dice Lorenz riguardo all’aggressione, nel caso intraspecifica, ritengo necessario precisare che normalmente, quando si vede un soggetto dotato di alta aggressività, si è portati a pensare che trattasi di individuo dotato di scarso equilibrio. Mentre invece si confonde spesso l’equilibrio con la docilità. Intanto cominciamo a non demonizzare l’aggressività. Ci dice Niko TinbergenIn molte specie animali la lotta (e quindi l’aggressione) costituisce una componente essenziale di un comportamento normaleL’equilibrio non dipende pertanto dal grado di aggressività di un soggetto ma dal corretto funzionamento dei ”cosiddetti circuiti regolatori o meccanismi di omeostasi.” (k. Lorenz – Die acht todsùnden…..)Per comprenderne il funzionamento immaginiamo un apparato funzionale consistente di diversi sistemi che si rinforzino l’un l’altro…..La totalità del sistema subirà una pericolosa perturbazione soltanto nel caso in cui una delle funzioni parziali sia accresciuta o diminuita in misura tale che l’omeostasi non sia più in grado di compensarla(K.Lorenz). E’ lo stesso principio che nella fisica chiamiamo: “Terza legge della dinamica“. Posso citare un episodio che riassume sia il rapporto tra causa ed effetto, sia la caratterialità del rottweiler. Ero come ospite in un campo di addestramento, c’era un rott che non voleva andare a terra, il conduttore assistito “dall’addestratore” continuava a tirare il guinzaglio verso terra ma non riusciva a muoverlo di un centimetro, tutti quelli che hanno avuto un rott sanno che se fa blocco è quasi impossibile smuoverlo fisicamente. Ad un certo punto l’addestratore suggerisce al conduttore di allentare il guinzaglio, tra la mano del conduttore e il collare nel punto dove il guinzaglio è attaccato si forma un arco con la punta verso il terreno, a quel punto l’addestratore ordina di dare un forte colpo con il piede sul guinzaglio e il comando. Il conduttore esegue, la risposta del cane è fulminea: la coscia del conduttore è azzannata. Qual è la morale che si ricava dall’episodio? Che ad un esame superficiale prescindente da nozioni elementari di biologia l‘interpretazione sarebbe quella di punire un cane “Squilibrato“. Invece, oltrechè avere la conferma del corretto funzionamento dei meccanismi regolatori, c‘è la prova della caratterialità del rottweiler e che è da rigettare qualunque forma di manipolazione fisica, il cane se correttamente stimolato segue ed esegue senza problemi, occorrono però due cose: un po’ di cervello e un bocconcino (J. Fisher).

Un‘altro esempio che indica la negatività dell‘uso della forza è quello che quando si interviene pesantemente con un veto ad una certa azione, certi soggetti si rifiutano poi di eseguire quell‘esercizio. Specialmente se il cane è giovane e si pretendono da lui prestazioni prematuramente. Ci dice G. Sims:Kauny lo fece con troppa diligenza………………le gridai di fermarsi con quanto fiato avevo in gola, alla fine lei ubbidì, ma il risultato fu che non volle più cimentarsi nel lavoro“. Il rottweiler poi se gli imponi una cosa con la forza e lui decide di non farlo più, piuttosto che piegarsi si fa uccidere. Episodio purtroppo realmente accaduto. A proposito dell‘esempio portato da Sims, ho avuto due esperienze più o meno dirette. Avevo ceduto una mia cucciola ad un amico, carattere straordinario. Quando andavo a trovarlo le facevamo mordere il salsicciotto, scuoteva con una tale violenza che le maniglie un tessuto sintetico un po‘ ruvido ti facevano male alle mani. Dopo qualche mese, aveva iniziato l‘addestramento in un campo. Quando sono tornato a trovarla la cagna non mordeva più, anzi quando vedeva il salsicciotto lo guardava con disagio e stava un po‘ lontana. Avevano forzato il “lascia” ad una cucciolona di otto mesi. Abbiamo dovuto fare un lungo lavoro di desensibilizzazione mettendo il salsicciotto di fianco alla ciotola mentre mangiava, depositare sullo stesso pezzetti di carne e così via. C‘è voluto un po‘ ma il cane è stato recuperato. E‘ andata bene, ma se il soggetto non è particolarmente forte non sempre si riesce. Lo stesso è successo ad un altro mio amico al quale “addestratore“ faceva inserire le dita del conduttore lateralmente nella bocca del cane, per ottenere il „lascia“ da un cucciolone di otto mesi. Il cane si è poi rifiutato di mordere. Certo determinati soggetti superormonizati possono interpretare il “lascia“ forzato come un innalzamento del livello della sfida e opporre maggiore resistenza, parliamo di soggetti che forse oggi, con il BH obbligatorio, non so quanti ne vedremo ancora.

Mi preme poi una precisazione per quanto riguarda la socializzazione dei cani, in seguito ad una „lezioncina“ ricevuta da uno dei tanti ragazzotti che credono di poter parlare solo perchè hanno seguito un corso. Positivo il fatto che questi corsi ci siano, il rovescio della medaglia è che forniscono “un‘autorità“ teorica a qualcuno che se ne serve a sproposito e con quello pensa di poter dire qualsiasi cosa.

I periodi critici dello sviluppo di un cane vanno da quello:

Neonatale, incontro con i fratelli, esplorazione del box. (da zero a 13 gg.)

Socializzazione: gioco con i fratelli, inizio dello svezzamento (dal 14° al 49° gg), è in questo momento che il ruolo della madre è fondamentale. La disciplina che la stessa impartisce, l‘amicizia con i fratelli, infondono al cucciolo un senso di sicurezza. In genere, se non ci sono tare genetiche, diventano cani equilibrati.

Socializzazione umana. Tra i cinquanta e i sessanta giorni si sottopone il cucciolo ad una serie di test attitudinali dai quali si hanno indicazioni caratteriali, in modo di sistemare il cucciolo nell‘ambiente più adatto. Effettuare questi test in ritardo è probabile che i risultati siano influenzati da esperienze apprese. In proposito vedasi i test di W. E. Campbell.

L‘inizio della pubertà, Dal 6° al 14° mese è un periodo di insicurezza e di grandi cambiamenti ormonali, è fondamentale il modo in cui si applicano tecniche di, desensibi lizzazione.

Maturità, dal 1° al 4° anno secondo la razza e la taglia del cane. Il rottweiler generalmente matura completamente sui tre anni.

La socializzazione che il cane matura nella cucciolata, con l‘allevatore e i componenti della sua famiglia sono sufficienti per un prosieguo regolare del suo equilibrio. Solo “l‘isolamento totale, diciamo per una settimana, durante il periodo di socializzazione danneggia le sue capacità di apprendimento“(B. Fogle).

Scott e Fuller comunque sulla rivista Science nel 1967, riportano delle sperimentazioni su cuccioli allevati in completo isolamento fino 50 gg. “Potrebbero avere ancora un completo recupero.“

I cani normali possono imparare in qualsiasi età, fino al momento in cui le loro capacità mentali incominciano a deteriorarsi per l‘invecchiamento“ (Fogle).

Iniziamo ora a vedere come si insegna cosa ai cani col rinforzo positivo e come non va insegnato e perchè, alla luce di quanto detto fin‘ora. Certo ci vorrebbe ben altro spazio, ma non mettiamo limiti alla Provvidenza per eventuali integrazioni.

L‘addestramento inizia dal momento che il cucciolo arriva in casa. I comandi a cui inizialmente dovrà rispondere e che costituiscono le basi per la costruzione di tutto quello che viene dopo, sono: il vieni, il seduto e il terra. In questo ordine. No all‘uso del guinzaglio. Il guinzaglio è una costrizione. Il primo comando è il“ vieni“. Usare una parola convenzionale: vieni, hier, io generalmente uso il nome del cane. Dategli tempo di conoscere bene di ispezionare il posto dove intendete iniziare l‘addestramento, in modo che la sua naturale curiosità non lo porti ad essere attratto da elementi che attirino la sua attenzione che non siano il suo conduttore. Se questo non è possibile scegliete un posto un po‘ anonimo e “asettico“. Lasciatelo libero chiamatelo, dopo avere scelto la parola che vi accompagnerà sempre, magari accucciandovi, il fatto di abbassarsi infonde fiducia al cane.

Come arriva premiarlo con un bocconcino particolarmente stimolante, es. un pezzettino di wùrstel, pancetta o simili. La classica crocchetta non è sufficientemente appetibile per un cucciolo alle prime armi e che è attratto da tante altre cose. Non mi stancherò mai di ricordare che nessun cane tornerà con entusiasmo da chi lo tratta con la stessa freddezza utilitaristica con cui si serve della racchetta da tennis o dei propri sci. Il piacere e l‘affettività devono essere sentite, altrimenti state perdendo il vostro tempo. Il cane è in grado di capire il vostro vero stato d‘animo. Quando arriva, le prime volte, premiarlo e basta. In seguito, una volta che avrà capito e si precipiterà verso di voi, portare il bocconcino attaccato alla vostra figura all‘altezza del muso del cane, a quel punto mettere il bocconcino appena dietro il suo naso e gradatamente spingere il boccone verso la testa. Il cane ha una muscolatura del collo che non gli consente di vedere molto indietro, a quel punto sarà obbligato a sedersi. In quel momento dare il seduto e premiare. Ripetere l‘esercizio del seduto in questo modo in altre circostanze. La vecchia metologia di sollevare il cane con il guinzaglio e spingere verso il basso con l‘altra mano sulla groppa, irrita il cane, anche se non può dirlo, però può mettere in atto una qualche forma di resistenza. Per questo poi ci si lamenta perchè il cane è“ difficile“. C‘è poi il terra, abbiamo appena sopra descritto una delle tante tecniche coercitive normalmente utilizzate. Anche qui non usare mai il guinzaglio. Una volta che si ha il seduto “automatico“, prendere ad esempio una panca di quelle da birreria (o qualcosa di simile), far sedere il cane con davanti a se la panca, dalla parte opposta mettere a terra un boccone (o la palla da tennis quello che il cane preferisce), il cane per prendere ciò che gli interessa dovrà sdraiarsi sotto la panca, a quel punto dare il terra. Ripetere l‘esercizio finchè il cane lo eseguirà quasi automaticamente, a questo punto si può togliere la panca. Quando avremo un “terra“ automatico avremo il cane “in mano.”

Parliamo ora un po’ della condotta. Per quanto mi riguarda considero la condotta uno degli “esercizi” più divertenti e pertanto più facili da eseguire. Partiamo dal presupposto che si abbia con il cane quel rapporto di affettività e di leadership necessari. In queste condizioni chiunque avrà notato che il cane tende a stare con noi. Per esempio i miei cani quando vogliono uscire in giardino vengono a “chiamarmi”. Vogliono che io esca con loro, spesso se non li accontento non escono neanche loro. Quando usciamo, certo, si fanno gli affari loro ma non mi perdono mai di vista. Se rientro, rientrano anche loro e si sdraiano accanto al divano o alla sedia dove sto io. In questo clima assolutamente non usare il guinzaglio. Il guinzaglio, per come l’ho visto usare spesso, con strappi in avanti e indietro con il collare a strozzo, o addirittura a punte, è uno strumento “pericoloso”. Il cane abituato a questo tipo di esercizio, se interpreto bene il suo sentimento, pensa: “……adesso questo comincia a strapazzarmi, non mi piace questo “piede” ( o Fùss )”. Il cane se ben stimolato segue con piacere il conduttore. Quando si è fuori, in ambiente adatto, iniziare a giocare  e stimolare il cane con l’oggetto o il cibo, camminare poi in linea retta il cane seguirà in attesa di raggiungere il premio rappresentato dallo stimolo. La cosa deve durare due, il massimo tre minuti. O comunque fino a quando si cominciano ad intravvedere i primi accenni di frustrazione del cane perchè non riceve “quanto gli spetta”. A questo punto premiare. Mano mano che si raggiungono dei progressi apportare le variazioni di direzione, inframezzare con dei “seduto” o “terra”. Ricordarsi sempre che “il lavoro deve sembrare gioco, pur rimanendo lavoro”, e che il Rottweiler non ha problemi con l’impegno fisico, ma  mal sopporta l’impegno mentale. La sua soglia di noia è molto bassa. Una volta raggiunto un buon livello di condotta si può utilizzare anche il guinzaglio, visto che è previsto nelle prove di lavoro, a questo punto il cane quasi non si accorgerà di averlo poichè avrà realizzato che questa è una situazione di picevolezza. Va quindi rovesciata la sequenza che si utilizza normalmente: “Prima costringo il cane a seguirmi, poi quando avrà imparato allora potrò farlo anche senza guinzaglio.” A questo proposito citerei un brano tratto da S. Ellis: “…..non usava neppure il cibo come ricompensa per i cani…….I suoi cani erano addestrati solo tramite la forza bruta……………Ogni mattina a colazione rubavo una salsiccia e me la mettevo in tasca, in modo che i cani di cui mi occupavo non si staccassero mai dal mio fianco. Si comportavano in modo impeccabile, senza bisogno di usare la forza.” (Ellis si riferisce al periodo quando militava nel reparto cinofilo dei Royal Marines). Per quanto mi riguarda, ho assistito a sedute di allenamento di autentiche “autorità” nel campo dell’addestramento che usavano il collare a punte e la museruola.

Per quanto riguarda il riporto, anche qui le metodologie antiquate basate sull’uso della forza vanno per quanto possibile evitate. Anche in passato c’era chi come Granderath (F. Granderath Tierartz e Hauptsturmfùhrer nei reparti cinofili dell’esercito tedesco nel secondo conflitto mondiale) aveva intuito che per il riporto si dovessero utilizzare gli istinti naturali del cane, riguardanti la possessività e l’attitudine al riporto stesso. Per quanto mi riguarda ho utilizzato un metodo simile di mia iniziativa (presunzione a parte), ho scoperto solo dopo Granderath. Il metodo Granderath ha come base il desiderio del cane di portarsi in cuccia oggetti che considera interessanti e soprattutto cibo molto appetibile, ad esempio un osso. Utilizzando questi istinti naturali, ritornando da un’uscita, si da a circa una decina di metri dalla sua cuccia un osso, carne secca o un grosso biscotto dicendogli: “porta”. Lo si lascia poi sgranocchiare in pace in pace il suo boccone. Si aumenta gradualmente la distanza. Una volta memorizzato questo meccanismo si sostituirà il boccone con il riportello, una volta arrivati nei pressi dell’abitazione sostituire il riportello con un buon boccone e dare il lascia. Una volta capita la natura dello scambio il soggetto non opporrà resistenza alla consegna al conduttore dell’oggetto riportato. Per quanto mi riguarda ho utilizzato un metodo simile facendo leva sulla grande possessività del rottweiler. Tengo il cane al guinzaglio, getto il salsicciotto avanti di qualche metro, il cane si precipita a prenderlo a quel punto glielo lascio prendere e poi senza pretendere alcunchè continuo a camminare con il cane a guinzaglio e il salsicciotto in bocca. Ad un certo punto prendo il salsicciotto con le due mani e inizio una breve “battaglia”, porto però il cane seduto di fronte. A quel punto do il lascia offrendo in cambio del salsicciotto qualcosa di molto buono, un pezzo di wùrstel o carne secca etc. Sostituire poi il salsicciotto con il riportello. Per verificare l’efficacia di questo metodo, digitare su Google: “rottweiler caesar”. Io sono quello con la maglietta rossa.

Aggiungerei alcuni appunti sintetici, forse un po’ ripetitivi, che riguardano soprattutto i cani dominanti. Le note sono tratte da Dodman e da Fisher.dodman - fisher - 1.jpgdodman - fisher - 2.jpg

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