Addestrare – Educare

Nel campo dell’addestramento cinofilo la manualistica rappresenta, nella maggior parte dei casi la cultura” dominante. Si tende spesso, direi quasi sempre, all’ esecuzione di tutta una serie di tecniche memorizzate in una casistica applicata meccanicamente.

Per quanto mi riguarda ritengo che soltanto delle solide basi teoriche, cioè la conoscenza dei meccanismi fisiologici, quelli cioè di derivazione onto e filogenetica che sono alla base del comportamento, possono consentire di valutare correttamente, caso per caso, le tecniche da applicare. Nel merito voglio ricordare le parole di Piero Scanziani: “L’insuccesso nell’addestramento è dovuto generalmente alla mancanza di cognizioni teoriche”

Pertanto, più che elencare la solita serie di movimenti standardizzati che vengono normalmente messi in atto per cercare di ottenere dal cane le risposte desiderate, è necessario analizzare i meccanismi che presiedono il suo modo di agire e di pensare, solo a questo punto potremo individuare gli strumenti più idonei. In poche parole: solo la conoscenza teorica è la chiave per interpretare un fenomeno con un alto grado di affidabilità scientifica, ed è questa che dobbiamo conoscere per utilizzare la tecnica che non è altro che uno strumento e come tale, soggetto, conseguentemente, a tutte le modificazioni e personalizzazioni possibili e immaginabili. 

Individueremo perciò dei principi guida generali per ottenere la nostra dominanza psicologica e non scadere nella manualistica. Ciascuno poi utilizzerà gli strumenti che riterrà appropriati secondo i soggetti o le circostanze. “….Per addestrare un cane non devono esserci regole fisse o dettami codificati……il cane è un individuo pensante, con gusti e avversioni, paure e sentimenti. E’ molto di più di un semplice recipiente della nostra volontà…..possiamo trasformarlo in umo schiavo svogliato e frustrato o renderlo un amico felice e appagato” (G. Sims)

@@@@@@@@@@@@@@@@

Addomesticare vuol dire creare dei legami (Antoine de Saint-Exupery)

I concetti d’educazione e addestramento tendono, nel linguaggio corrente o se si preferisce nell’ambito del senso comune,ad essere considerati due momenti nettamente distinti della vita del cane. Solitamente s’intende per educazione un insieme di regole elementari a cui il cane deve sottostare nell’ambito della vita familiare, per rendere possibile la convivenza con il branco umano. Dico che “il cane deve sottostare” perché, quasi sempre si pretende che il “nostro amico” accetti di piegarsi alle nostre esigenze, senza chiederci minimamente se e in che misura queste nostre “pretese” siano compatibili con la sua natura e come e quanto possano essere accettate. Il cane, nonostante conviva da millenni con l’uomo, risponde a delle regole naturali ereditate filogeneticamente. La regola fondamentale che presiede alla sopravvivenza della specie è la legge del branco e, nel suo ambito, quella che garantisce “l’ordine” finalizzato alla sopravvivenza: La Gerarchia.Capire queste regole e uniformarvisi immediatamente è molto semplice anche per i nostri cani domestici, abituati magari a dormire sul divano. Quando però il cane vive nel “branco misto” (branco uomo/cane) la sua vita si complica perché noi pretendiamo di insegnare ai cani le nostre regole di vita. 

I cani sono capaci di apprendere soltanto ciò che è compatibile con il loro innato. E’ un merito del cane se si adatta a vivere con noi, ma spesso questa situazione genera in lui dei disturbi comportamentali o delle vere e proprie nevrosi, che poi gli imputiamo, ma di cui in definitiva siamo noi i veri responsabili con i nostri comportamenti scarsamente rispettosi della sua personalità e dignità. (Personalità in questo caso non è inteso nel senso della persona umana, ma secondo il concetto etologico come inteso da K. Lorenz e teorizzato in “Il cosiddetto male”)

L’educazione di base, che i comportamentisti definiscono “condizionamento classico” consiste nel provocare reazioni condizionate di primo tipo. W. E. Campbell dice:”…..una volta che un determinato comportamento è stato appreso in una situazione sperimentale……, il cane presenterà onde cerebrali caratteristiche e specifiche di quel comportamento…il giorno successivo, anche se in realtà non sta esibendo quel comportamento”. Questa ipotesi non la trovo del tutto convincente, poichè “….il cervello del cane non ha una rigidezza tale da agire per riflessi…..” (B. Fogle). Questo tipo di condizionamento, nel senso comune, è inteso come una serie di norme piuttosto elementari, per insegnare quel minimo di regole sufficienti che consentano la convivenza. Pertanto siccome si pretendono prestazioni di livello più basso si è portati a pensare che dette regole possono essere insegnate in modo rudimentale, nel senso più ampio del termine.

L’addestramento “vero e proprio”, altrimenti detto “condizionamento attivo” presuppone” che I “progressi siano ottenuti con il coinvolgimento della persona” e basato sul principio che determinate……” azioni siano seguite da una ricompensa” (B. Fogle) Intanto si pone il problema di chi e come dovrà addestrarlo. Chi non ha pratica ed esperienza alcuna pensa immediatamente al professionista e lasciargli il cane pensando di riavere dopo tre o quattro mesi qualcosa di molto diverso rispetto a quanto avevamo in precedenza. Facendolo vivere magari tre o quattro mesi fuori dal suo ambiente familiare. Niente di più stressante per il cane.

Un Rott adulto particolrmente dominante non è “addestrabile da terzi. I danni che pottrebbe riportare sarebbero molto seri. Proviamo ad immaginare Mambo Teufelsbrùcke, Racker Flugschneise, o Maik Oberhausener Norden, tanto per fare qualche esempio, strapazzati da un estraneo. Ma, ammesso e non concesso che vada tutto bene, la mancanza di quel rapporto “personale” e di affettività, di quel qualcosa di irripetibile che lega il cane al proprio “padrone”, farà si che più di tanto non si potrà mai ottenere per questa via. Il professionista può andare bene se segue e indirizza il conduttore in ogni fase dell’addestramento. Ma è difficile mettersi contro interessi che fanno sistema. “Gli affari sono affari”. In ogni caso se si decide di far frequentare un corso al proprio cane, “……è meglio andare a vedere prima senza cane, se non vi piace quello che vedete, probabilmente non piacerà neanche al vostro cane” (J. Fisher)

Bisogna poi considerare che la metodologia del rinforzo positivo, che è quella che garantisce le maggiori possibilità di successo, richiede tempi lunghi che si aggiungono alla lentezza con la quale bisogna procedere nell’addestramento del Roti. Il rinforzo positivo “E’ un sistema che si basa esclusivamente sugli incentivi e rigetta qualsiasi forma di manipolazione fisica” (J. Fisher) Alla luce di tutto ciò, va da se che il miglior addestratore del cane è il proprio partner (padrone?). Una piccola disgressione. Più di venti anni fa applicavo già questa metodologia sotto lo sguardo ironico di alcuni “picchiatori” ritenuti “guru” nel campo dell’addestramento. Oggi sono stati quasi tutti “folgorati sulla via di Damasco”. Meglio tardi che mai. E’ bene allora sgombrare il campo dalla falsa dicotomia “educazione/addestramento”, entrambe sono le facce di una stessa medaglia, si riferiscono a periodi diversi della vita del soggetto, si diversificano per il livello di apprendimento e per le finalità che si vogliono raggiungere, ma i principi base e la metodologia sono le stesse. L’educazione non deve puntare ad altro che ad ottenere tutta una serie di risposte a degli stimoli, da noi volute, commisurate alle capacità del cucciolo basate solo ed esclusivamente sul condizionamento, propedeutiche alla specializzazione a cui vorremmo indirizzare il cane da adulto (prove di utilità e difesa, agilità etc.)

Per ottenere dei buoni risultati nell’educazione/addestramento del nostro“amico”, è necessaria una sottomissione raggiunta tramite il suo completo controllo psicologico.

Per conseguire questo risultato, il cui grado è ovviamente legato alle potenzialità del soggetto, e alle capacità del conduttore è necessario partire da alcuni postulati che sono necessari per l’applicazione della tecnica del modellamento del comportamento.

Modellare vuol dire dare forma con riferimento ad un modello, in questo caso il modello sono le potenzialità del nostro cane: la sua struttura psicosomatica, la quale struttura è una sintesi di istinto e apprendimento. “….essi dipendono dalla genetica, dagli ormoni, dai sensi e da tutti gli stimoli esterni….da noi, da altri cani ed animali e dal suo ambiente.” (B. Fogle)

Un altro concetto da chiarire è quello di non confondere l’intelligenza con l’addestrabilità.

E’ già un errore parlare di intelligenza “tout court”. L’addestrabilità è un aspetto di quel tipo di intelligenza detta ubbiditiva, esistono razze di cani molto intelligenti ma carenti per ciò che concerne l’intelligenza ubbiditiva (es. il Boxer,cane certamente intelligente in senso lato, difetta sicuramente in quanto ad intelligenza ubbiditiva.) Uno dei più grandi esperti del boxer e grande cinotecnico, il dr. Tomaso Bosi ha preso in esame circa 150 dei migliori stalloni tedeschi del periodo 1982-1987, ebbene in Sch quasi tutti raggiungono l’eccellenza in pista e in attacco, in obbedienza il punteggio mediamente si attesta intorno agli 80 punti. =( T. Bosi: Incontri con il Boxer- ). S. Coren in una classifica dei cani in base all’intelligenza lavorativa e ubbiditiva, lo colloca al 48° posto. =( S. Coren: l’intelligenza dei cani – ).

Parlando pertanto di addestrabilità non si può non tener conto che alcune razze siano più facilmente addestrabili di altre ma non per questo da ritenersi più “intelligenti”. Pertanto bisogna tener conto delle differenze tra le razze per quanto riguarda: il “tipo” d’intelligenza”, la duttilità, la tempra, il temperamento. Per questo ho sempre sostenuto che il rottweiler avendo delle caratteristiche che lo rendono completamente diverso dalle razze di tipo lupoide, e che, dal momento che gli “addestratori”sono, nella grande maggioranza provenienti da quelle razze, non conoscono la specificità del Rott e, quando sono bravi, applicano metodologie inadeguate per cui il soggetto non dail massimo delle sue potenzialità. La mia convinzione è che per il rottweiler ci vogliono degli specialisti. Ho visto commettere troppi errori e rovinare ottimi cani (presunzione a parte), e di fronte alle mie perplessità sentirmi rispondere: “ma poi è sempre un cane”. Se l’addestramento non è cucito sulle tendenze di una razza (e di un soggetto, aggiungo io) I progressi saranno pochi o del tutto assenti” (G. Sims)

Se per esempio possiedo un terrier, so già che molto difficilmente potrò farne un campione in obbedienza, così come non potrò mai fare del Bloodhound un grande cane da attacco.

Nel 1985 I coniugi Hart, lui docente del comportamento animale all’università della California lei direttrice del programma uomini-animali nello stesso ateneo, hanno pubblicato una indagine, di dimensione senza uguali, sulla mente di diverse razze di cani. Usando un metodo chiamato “analisi del fattore” hanno valutato quattro predisposizioni di base della mente del cane. Il Rottweiler, con il Dobermann, il Pastore tedesco, e l’Akita, appartiene alla classificazione definita: Alta aggressività, altissima addestrabilità, bassissima reattività. Quest’ultimo aspetto riguarda l’eccitabilità, l’attività generale, morsi ai bambini, latrato eccessivo, richiesta di affetto.

Tra tutte le sintesi prese in esame dei vari gruppi di razze, questo è il miglior mixer rilevato.

Per quanto mi riguarda mi lascia un po’ perplesso il fatto che non sia stato preso in esame un cane come il Malines. Ma forse nei primi anni 80 la razza non aveva ancora avuto l’esplosione di questi ultimi anni. Naturalmente, all’interno delle varie razze, esistono poi le attitudini e le potenzialità individuali. In ultima analisi il “modellamento del comportamento” consiste, tenuto conto di tutto questo, nel coinvolgere mentalmente e fisicamente il cane, tramite il gioco o altre gratificazioni (cibo), stimolando e accrescendo le sue qualità, le attitudini naturali. “Per il cane il gioco è il collante dell’esistenza” “Il lavoro deve somigliare al gioco pur rimanendo lavoro”(G.SIMS) Questo inizia quando il cane ha sessanta giorni, sarà parte piacevole e integrante della sua vita e del nostro rapporto con lui, diventerà condizionamento che è la pietra angolare della sottomissione psicologica, il pilastro di tutti gli esercizi di obbedienza e di una piacevole convivenza con il nostro cane. Lo sforzo che dobbiamo compiere è quello di creare entusiasmo e non un soggetto frustrato e spaventato. A volte è sufficiente l’irritazione, che proviamo se non otteniamo le risposte volute, che il cane percependo questo nostro stato d’animo si sentirà inibito.  I cani hanno la capacità di capire I nostri sentimenti ancora prima che noi li manifestiamo.Non c’è bisogno di maltrattamenti fisici per rovinare un cane intelligente. Bastano l’insensibilità e l’incapacità di comprenderlo”(G. Sims)

Il metodo seguito comunemente è invece quello di sconfiggere il cane, o di tentare di farlo, il risultato è, quasi sempre, quello di avere con lui un rapporto perennemente conflittuale. “E’ sempre stata una strana mania degli addestratori quella di usare la punizione come coadiuvante del programma educativo e, invariabilmente, con questo metodo, si finisce sempre per punire il sintomo anziché stabilire la causa sottostante e rimuoverla” (J. Fisher)

Naturalmente ci sono strenui difensori di quest’ultimo sistema, peccato che una volta portato un cane ad un certo livello, non sia possibile dimostrare che si potesse ottenere in altro modo risultati diversi.

Il cane è per sua natura predisposto ad interpretare positivamente quanto gli viene insegnato, non solo, ma l’addestramento per le prove di lavoro sono il modo migliore per esprimere la sua personalità. Il cane al quale viene permesso di usare la propria capacità mentale è un cane felice che risponderà con vivacità ogniqualvolta riceverà dei comandi. Negli esercizi di addestramento si verificano però spesso situazioni in cui le facoltà del cane vengono limitate anziché esaltate. Ciò si verifica quando, in un clima di elevata competitività, gli esercizi standard per le prove di lavoro vengono praticati in modo estremo. In questo caso il risultato è quello di ritardare anziché sviluppare il cervello del cane, il quale può essere paragonato ad un soldato, disciplinato, rapidissimo a rispondere a quei comandi che ha imparato meccanicamente, ma che certo non può mettere in atto autonomamente una propria iniziativa.

Come metodo correttivo si può usare il rinforzo negativo che non vuol dire punizione, come nei vecchi metodi di addestramento es.: Strattoni con collare a strangolo, picchiare con un frustino, collari a punte etc. Sarà capitato a tutti di vedere un cane fare un qualcosa di non voluto dal conduttore e assumere immediatamente atteggiamenti di sottomissione. Quando si verificano questi casi il cane non impara a non compiere quell’azione ma solo “….quello che viene dopo”. “Evidentemente il castigo non riguarda il “delitto” ma solola sua cessazione” (J. Fisher)

Per evitare il verificarsi di questa situazione bisogna fare in modo che il cane capisca che è stato ciò che ha fatto, a procurargli certe conseguenze. Per esempio: Il cane sta rovistando in un bidone di rifiuti, in quel momento gli arriva addosso un mazzo di campanelli o un secchio d’acqua, gettati da terzi. Il cane non deve capire da dove o da chi provenga il lancio, in questo, caso il cane difficilmente si avvicinerà di nuovo al bidone. Se poi il cane è un rottweiler, sappiamo che l’operazione dovrà essere ripetuta più di una volta. Se il conduttore si mette a sgridare il cane ed effettua il lancio, il cane capirà chi è il rinforzatore e a questo punto il rinforzo negativo” diventa punizione. Questa tecnica è stata teorizzata dal colonnello Konrad Most. (Il colonnello K. Most dell’esercito prussiano, autore di un famoso manuale per addestramento del cane, teorizzava già all’inizio del secolo scorso, metodologie  e principi del condizionamento trent’anni prima di B. Skinner. Bisogna anche aggiungere però che il suo lavoro, per quei tempi molto avanzato, oggi se pensiamo al collare a spilli, l’interruttore etc. sono ampiamente superati ma utilizzati ancora in molte forze di polizia e forze armate nel mondo). Il principio di base su cui si fondava il metodo Most infatti, era incentrato “….sull’assunto che il rapporto tra uomo e cane sia gerarchico – con un unico vincitore – e che possa essere instaurato unicamente attraverso la forza fisica, con una vera e propria “lotta”…..il cane deve convincersi fin da subito dell’assoluta superiorità fisica dell’uomo (Bradshaw)” Tutto ciò, la dominanza, è la conseguenza di un luogo comune, teorie più recenti dimostrano come l’armonia e “…la collaborazione sembra stare alla base del branco (Bradshaw)” “I branchi che nascono in natura, allo stato brado, sono di solito entità armoniose, dove l’aggressione non è la norma ma l’eccezione (Bradshaw)”. Per lo stesso motivo possiamo considerare superati i finimenti di Boetteger per la pista e la borsa contro il dente duro di Gersbach. Lo stesso vale per le tecniche Castaing, Delfino etc. Scambi di pareri di autorità accademiche concordano “….sul fatto che il presunto istinto del cane a dominare è in realtà solo un mito utile per chi desidera continuare a servirsi delle punizioni fisiche, anzi, uno dei miti già demoliti sia dagli studi sui lupi sia da quelli sui cani. (Bradshaw)”.

Esiste un atto che si può considerare punitivo ma che non richiede alcun intervento fisico, si chiama ostraicismo. “…l’ostraicismo è un castigo molto severo e molto efficace se usato nel modo giusto” Questo tipo di punizione fa leva sulla socievolezza del cane e del suo bisogno di essere sempre con il branco. Se il cane commette qualcosa di scorretto, girategli immediata- mentele le spalle e lasciatelo da solo. Rifiutare per qualche minuto qualsiasi tentativo di riconciliazione da parte sua. Nel caso di mancanza molto grave, chiuderlo per qualche minuto in un locale da solo.

Quale tecnica per il Rottweiler

Per quanto attiene il Rottweiler, quella del modellamento del comportamento è, per quanto mi riguarda, l’unica che consenta di ottenere i risultati migliori.

Mi riferisco a soggetti in tipo, soggetti rispondenti a quanto stabilito dallo standard e non a quanto è stato talmente alterato dalle esposizioni di bellezza o da accoppiamenti ignoranti principi elementari di genetica, tantochè il modulo originale quasi non è più riconoscibile.

Il Rottweiler è un cane dominante, è portato ad ubbidire quando il comando coincide con le sue intenzioni, tecniche coercitive sono assolutamente controproducenti, con soggetti adulti di una certa tempra possono rivelarsi anche pericolose. Una delle caratteristiche del Rott, e dalla quale si può desumere la sua “originalità” è il suo modo di comunicare visivamente.

In genere “I cani rivelano il loro stato emotivo mediante……………i segnali del muso e del corpo………I rottweiler…..difficilmente emettono segnali con il corpo, Possono passare dalla contentezza (quasi dalla sonnolenza) alla collera senza rivelare il cambiamento con segnali corporei” (B. Fogle – j. Fisher). Tutto ciò con una esplosione in una frazione di secondo e questo è uno dei motivi della sua imprevedibilità.

Se consideriamo la questione dell’addestramento da questa prospettiva, capiamo il significato e la necessità del condizionamento. L’addestramento non è un qualcosa di avulso dalla quotidianità, ma tutta una serie di risposte a degli stimoli che noi inseriamo un po’artificiosamente, quotidianamente, quando ci rapportiamo con il nostro cane e che entrano a far parte della totalità dei comportamenti al pari, o quasi, di quelli innati. Ogni nostro atto è pertanto finalizzato. ma per ottenere la risposta che vogliamo dobbiamo prima chiederci: “ …Ma perché costui (il cane) dovrebbe fare ciò che sto per chiedergli ?”.

Ecco, alla base di tutto c’è il fatto che anch’egli sia interessato a ciò che gli chiedo di fareSe invece utilizzo una tecnica coercitiva, ammesso che riesca a raggiungere il risultato, il cane assocerà un pessimo ricordo a quell’azione e in futuro non appena potrà cercherà di sottrarvisiTenuto conto che cercherò di ottenere reazioni condizionate che inducono la ripetitività di un comportamento, due sono le strade percorribili contrassegnate da due tipi di stimoli contrapposti, ma che fanno capo allo stesso apparato preposto all’apprendimento. Il primo (tipo di stimolo), porta alla ripetitività del comportamento, il secondo alla sua inibizione.

Entrambi questi meccanismi fanno parte dell’apparato preposto all’apprendimento e possono essere utilizzati secondo le circostanze, il buon senso, un po’ d’esperienza, e soprattutto quanto teorizzato da autorevoli scienziati (K. Lorenz – W. Craig etc.) (K. Lorenz “Die acht Toedsunden der zivilisierten Menschheit“ ), ci porta però alla conclusione che insegnare un comportamento specifico ad un animale tramite stimoli negativi, ben difficilmente porta al risultato voluto. Se osserviamo il suo atteggiamento, il cane manifesterà maggiore interesse a fare delle cose per cui è portato e una certa resistenza per ciò che non gli piace. L’evoluzione stessa ha risolto il problema della ricerca di stimoli molto specifici mediante stimoli premio, ad esempio gli stimoli legati alla fame e all’accoppiamento (W. Craig [cit. in “Die acht…” K. Lorenz ]).

Per ciò che concerne gli stimoli premio, è bene ricordare che il cane (gli animali in generale e anche l’uomo) preferisce quasi sempre premi immediati, anche se di entità limitata, a quelli anche più consistenti ma differiti. Oltre l‘immediatezza della ricompensa, quella elargita a “……intervalli variabili…” è quella che si è dimostrata di maggiore efficacia.

Un altro esempio molto calzante è quello portato dal prof. Dodman (N. Dodman = Il cane che amava troppo ), quando afferma che per i delfini e le orche viene usato il metodo del rinforzo positivo; come sarebbe possibile utilizzare collari a punte o altri metodi simili?

Le leve del sistema

Dicevo che la base della convivenza all’interno dello stesso gruppo è l’ordine gerarchico. A questo punto va da se che per ottenere il controllo psicologico del mio cane dovrò presentarmi a lui, immediatamente, nel ruolo di capobranco. Dico immediatamente e cioè non appena porterò a casa il cane, presumibilmente all’età di 60/70 giorni, perché se attendo il “fatidico” anno, un esemplare già sui quaranta Kg. anche se ancora un cucciolone, è già in grado di conoscere le sue possibilità e di capire che è in condizione di misurarsi con noi con larghe probabilità di successo. Il nostro compito diventerà allora molto difficile, ed è questo una delle ragioni più importanti dell’insuccesso nell’addestramento dei Rottweiler.

Nel merito e a titolo meramente esemplificativo, vorrei ricordare un episodio che mi riguarda direttamente e accaduto oltre trentanni fa. Sono in alta Baviera per ritirare il mio cucciolo, che poi chiamerò Lothar, figlio di Gòtz v. Kònigsgarten fratello di Gunda, madre di Hassan (KS 85) e Hulda (KS 85 e 86). Per non stressare il cucciolo, che dovrebbe già essere depresso per essere stato allontanato dalla madre e dai fratelli, non lo isolo nella gabbia ma lo sistemo in uno scatolone sul sedile posteriore. Appena parto inizia la lotta tra lui, che continuava a saltare fuori, e mia moglie che, con altrettanta tenacia, tentava di ributtarlo dentro. La cosa va avanti per un bel pezzo finchè mia moglie, stremata, alza bandiera bianca e gli consente di accomodarsi sulle sue ginocchia. Pensai subito che stavamo commettendo un errore, ma eravamo in viaggio e non avevamo molti spazi di manovra. Il confronto era appena cominciato e lui aveva già tentato di imporsi. Pensai: costui mi darà del filo da torcere. Arrivato lo lascio razzolare in casa perché si ambienti e socializzi con la “vecchia” Petra; una mia femmina di cinque anni. Giunta l’ora di andare a dormire, dico a mia moglie: “Adesso portali in garage”. La Petra non appena sente queste parole, si porta dietro la porta d’ingresso pronta ad uscire, come mia moglie prende in braccio il cucciolo (70 gg.) costui si rivolta ringhiando azzannandole il braccio. I danni non sono rilevanti, anche se i denti da latte provocano dei graffi fastidiosi, ma è abbastanza perchè mia moglie si rifiuti di compiere l’operazione e mi apostrofi con un: “Portalo giù tu”. Ho sentito spesso teorizzare che in queste situazioni, si prende il soggetto per la collottola e gli si da una vigorosa scrollata. Questa è una delle peggiori violenze che si possano esercitare su un cucciolo, è un po’ come prendere a pugni in faccia un bambino maleducato e un po’ ribelle. Mi apprestai allora a compiere l‘operazione, avvolsi il braccio dove dovevo posare la testa di Lothar in un asciugamano, sulla mano misi un guanto. Presi allora in braccio il cucciolo. La reazione fu repentina e di rara intensità, i denti del cane affondarono nell’asciugamani accompagnati da un ringhio profondo, io con atteggiamento serafico continuai a camminare verso la porta come nulla fosse. Ci fu una breve pausa dove il cane mi sembrò come un po’ stupito, poi improvvisamente ripetè l’operazione sia pure con minore convinzione, rimasi imperterrito. Il cane fece buon viso e si fece portare in cuccia “abbastanza” tranquillamente. Anche se la serie dei confronti era appena iniziata, avevo messo il primo importante tassello della sottomissione psicologica. L‘errore comunque era già insito nel fatto che avrei dovuto tenere il cucciolo a dormire con me, ma ostavano in quel momento questioni di logistica cui misi riparo qualche giorno dopo.

Qual’ è la morale di questo episodio ce lo dice K. Lorenz nel suo saggio sull’aggressione “Das sogenannte Bòse” : “Non c’è niente di più disarmante che la superiorità dimostrata attraverso la resistenza passiva. Ossia da una tale differenza di potenziale, che uno dei due può sopportare, senza riportare alcun danno, gli attacchi dell’altro.”

E’ facile capire come questo tipo di condizionamento e modo di rapportarsi, non possa essere messo in atto quando il cane avrà raggiunto un certo stadio del suo sviluppo, anche se devo dire che, in seguito a miei errori, un altro cane (Càsar) dotato di un temperamento straordinario,in seguito a miei errori, mi ha afferrato per due volte il braccio, senza stringere troppo forte, guardandomi in faccia come dire: “adesso come la mettiamo?” Anche in questo caso ho usato lo stesso principio, ho continuato a camminare come nulla fosse. La presa si è gradualmente allentata e abbiamo continuato a “divertirci” insieme. Il senso comune ci porta a pensare che con razze dotate di un’alta aggressività endogena il rapporto “personale” debba essere improntato ad una sorta di autoritarismo. Niente di più sbagliato: “Un vincolo personale, un’amicizia individuale si trovano soltanto negli animali con un’aggressione intraspecifica altamente sviluppata, anzi questo vincolo è tanto più forte, tanto più aggressiva è la specie…..” (K. Lorenz = Das sogenannte Bòse).

Semprechè si sia capaci di stabilire questo profondo vincolo personale.

Il rapporto affettivo con Lothar, durato 12 anni, fu di grande profondità, anche se lui, da dominante qual’era, non mi “gratificò” mai di una leccata sulla faccia e mai mi porse la zampa anche nei momenti di maggiore pathos affettivo. Mi riconobbe sempre però il ruolo di “primus inter pares”, ruolo che mi guadagnai giorno per giorno ma di cui misi le basi determinanti quella sera indimenticabile della sua prima “ribellione”. Riferendomi a quanto dice Lorenz riguardo all’aggressione, nel caso intraspecifica, ritengo necessario precisare che normalmente, quando si vede un soggetto dotato di alta aggressività, si è portati a pensare che trattasi di individuo dotato di scarso equilibrio. Mentre invece si confonde spesso l’equilibrio con la docilità. Intanto cominciamo a non demonizzare l’aggressività. Ci dice Niko TinbergenIn molte specie animali la lotta (e quindi l’aggressione) costituisce una componente essenziale di un comportamento normaleL’equilibrio non dipende pertanto dal grado di aggressività di un soggetto ma dal corretto funzionamento dei ”cosiddetti circuiti regolatori o meccanismi di omeostasi.” (k. Lorenz – Die acht todsùnden…..)Per comprenderne il funzionamento immaginiamo un apparato funzionale consistente di diversi sistemi che si rinforzino l’un l’altro…..La totalità del sistema subirà una pericolosa perturbazione soltanto nel caso in cui una delle funzioni parziali sia accresciuta o diminuita in misura tale che l’omeostasi non sia più in grado di compensarla(K.Lorenz). E’ lo stesso principio che nella fisica chiamiamo: “Terza legge della dinamica“. Posso citare un episodio che riassume sia il rapporto tra causa ed effetto, sia la caratterialità del rottweiler. Ero come ospite in un campo di addestramento, c’era un rott che non voleva andare a terra, il conduttore assistito “dall’addestratore” continuava a tirare il guinzaglio verso terra ma non riusciva a muoverlo di un centimetro, tutti quelli che hanno avuto un rott sanno che se fa blocco è quasi impossibile smuoverlo fisicamente. Ad un certo punto l’addestratore suggerisce al conduttore di allentare il guinzaglio, tra la mano del conduttore e il collare nel punto dove il guinzaglio è attaccato si forma un arco con la punta verso il terreno, a quel punto l’addestratore ordina di dare un forte colpo con il piede sul guinzaglio e il comando. Il conduttore esegue, la risposta del cane è fulminea: la coscia del conduttore è azzannata. Qual è la morale che si ricava dall’episodio? Che ad un esame superficiale prescindente da nozioni elementari di biologia l‘interpretazione sarebbe quella di punire un cane “Squilibrato“. Invece, oltrechè avere la conferma del corretto funzionamento dei meccanismi regolatori, c‘è la prova della caratterialità del rottweiler e che è da rigettare qualunque forma di manipolazione fisica, il cane se correttamente stimolato segue ed esegue senza problemi, occorrono però due cose: un po’ di cervello e un bocconcino (J. Fisher).

Un‘altro esempio che indica la negatività dell‘uso della forza è quello che quando si interviene pesantemente con un veto ad una certa azione, certi soggetti si rifiutano poi di eseguire quell‘esercizio. Specialmente se il cane è giovane e si pretendono da lui prestazioni prematuramente. Ci dice G. Sims:Kauny lo fece con troppa diligenza………………le gridai di fermarsi con quanto fiato avevo in gola, alla fine lei ubbidì, ma il risultato fu che non volle più cimentarsi nel lavoro“. Il rottweiler poi se gli imponi una cosa con la forza e lui decide di non farlo più, piuttosto che piegarsi si fa uccidere. Episodio purtroppo realmente accaduto. A proposito dell‘esempio portato da Sims, ho avuto due esperienze più o meno dirette. Avevo ceduto una mia cucciola ad un amico, carattere straordinario. Quando andavo a trovarlo le facevamo mordere il salsicciotto, scuoteva con una tale violenza che le maniglie un tessuto sintetico un po‘ ruvido ti facevano male alle mani. Dopo qualche mese, aveva iniziato l‘addestramento in un campo. Quando sono tornato a trovarla la cagna non mordeva più, anzi quando vedeva il salsicciotto lo guardava con disagio e stava un po‘ lontana. Avevano forzato il “lascia” ad una cucciolona di otto mesi. Abbiamo dovuto fare un lungo lavoro di desensibilizzazione mettendo il salsicciotto di fianco alla ciotola mentre mangiava, depositare sullo stesso pezzetti di carne e così via. C‘è voluto un po‘ ma il cane è stato recuperato. E‘ andata bene, ma se il soggetto non è particolarmente forte non sempre si riesce. Lo stesso è successo ad un altro mio amico al quale “addestratore“ faceva inserire le dita del conduttore lateralmente nella bocca del cane, per ottenere il „lascia“ da un cucciolone di otto mesi. Il cane si è poi rifiutato di mordere. Certo determinati soggetti superormonizati possono interpretare il “lascia“ forzato come un innalzamento del livello della sfida e opporre maggiore resistenza, parliamo di soggetti che forse oggi, con il BH obbligatorio, non so quanti ne vedremo ancora.

Mi preme poi una precisazione per quanto riguarda la socializzazione dei cani, in seguito ad una „lezioncina“ ricevuta da uno dei tanti ragazzotti che credono di poter parlare solo perchè hanno seguito un corso. Positivo il fatto che questi corsi ci siano, il rovescio della medaglia è che forniscono “un‘autorità“ teorica a qualcuno che se ne serve a sproposito e con quello pensa di poter dire qualsiasi cosa.

I periodi critici dello sviluppo di un cane vanno da quello:

Neonatale, incontro con i fratelli, esplorazione del box. (da zero a 13 gg.)

Socializzazione: gioco con i fratelli, inizio dello svezzamento (dal 14° al 49° gg), è in questo momento che il ruolo della madre è fondamentale. La disciplina che la stessa impartisce, l‘amicizia con i fratelli, infondono al cucciolo un senso di sicurezza. In genere, se non ci sono tare genetiche, diventano cani equilibrati.

Socializzazione umana. Tra i cinquanta e i sessanta giorni si sottopone il cucciolo ad una serie di test attitudinali dai quali si hanno indicazioni caratteriali, in modo di sistemare il cucciolo nell‘ambiente più adatto. Effettuare questi test in ritardo è probabile che i risultati siano influenzati da esperienze apprese. In proposito vedasi i test di W. E. Campbell.

L‘inizio della pubertà, Dal 6° al 14° mese è un periodo di insicurezza e di grandi cambiamenti ormonali, è fondamentale il modo in cui si applicano tecniche di, desensibi lizzazione.

Maturità, dal 1° al 4° anno secondo la razza e la taglia del cane. Il rottweiler generalmente matura completamente sui tre anni.

La socializzazione che il cane matura nella cucciolata, con l‘allevatore e i componenti della sua famiglia sono sufficienti per un prosieguo regolare del suo equilibrio. Solo “l‘isolamento totale, diciamo per una settimana, durante il periodo di socializzazione danneggia le sue capacità di apprendimento“(B. Fogle).

Scott e Fuller comunque sulla rivista Science nel 1967, riportano delle sperimentazioni su cuccioli allevati in completo isolamento fino 50 gg. “Potrebbero avere ancora un completo recupero.“

I cani normali possono imparare in qualsiasi età, fino al momento in cui le loro capacità mentali incominciano a deteriorarsi per l‘invecchiamento“ (Fogle).

Iniziamo ora a vedere come si insegna cosa ai cani col rinforzo positivo e come non va insegnato e perchè, alla luce di quanto detto fin‘ora. Certo ci vorrebbe ben altro spazio, ma non mettiamo limiti alla Provvidenza per eventuali integrazioni.

L‘addestramento inizia dal momento che il cucciolo arriva in casa. I comandi a cui inizialmente dovrà rispondere e che costituiscono le basi per la costruzione di tutto quello che viene dopo, sono: il vieni, il seduto e il terra. In questo ordine. No all‘uso del guinzaglio. Il guinzaglio è una costrizione. Il primo comando è il“ vieni“. Usare una parola convenzionale: vieni, hier, io generalmente uso il nome del cane. Dategli tempo di conoscere bene di ispezionare il posto dove intendete iniziare l‘addestramento, in modo che la sua naturale curiosità non lo porti ad essere attratto da elementi che attirino la sua attenzione che non siano il suo conduttore. Se questo non è possibile scegliete un posto un po‘ anonimo e “asettico“. Lasciatelo libero chiamatelo, dopo avere scelto la parola che vi accompagnerà sempre, magari accucciandovi, il fatto di abbassarsi infonde fiducia al cane.

Come arriva premiarlo con un bocconcino particolarmente stimolante, es. un pezzettino di wùrstel, pancetta o simili. La classica crocchetta non è sufficientemente appetibile per un cucciolo alle prime armi e che è attratto da tante altre cose. Non mi stancherò mai di ricordare che nessun cane tornerà con entusiasmo da chi lo tratta con la stessa freddezza utilitaristica con cui si serve della racchetta da tennis o dei propri sci. Il piacere e l‘affettività devono essere sentite, altrimenti state perdendo il vostro tempo. Il cane è in grado di capire il vostro vero stato d‘animo. Quando arriva, le prime volte, premiarlo e basta. In seguito, una volta che avrà capito e si precipiterà verso di voi, portare il bocconcino attaccato alla vostra figura all‘altezza del muso del cane, a quel punto mettere il bocconcino appena dietro il suo naso e gradatamente spingere il boccone verso la testa. Il cane ha una muscolatura del collo che non gli consente di vedere molto indietro, a quel punto sarà obbligato a sedersi. In quel momento dare il seduto e premiare. Ripetere l‘esercizio del seduto in questo modo in altre circostanze. La vecchia metologia di sollevare il cane con il guinzaglio e spingere verso il basso con l‘altra mano sulla groppa, irrita il cane, anche se non può dirlo, però può mettere in atto una qualche forma di resistenza. Per questo poi ci si lamenta perchè il cane è“ difficile“. C‘è poi il terra, abbiamo appena sopra descritto una delle tante tecniche coercitive normalmente utilizzate. Anche qui non usare mai il guinzaglio. Una volta che si ha il seduto “automatico“, prendere ad esempio una panca di quelle da birreria (o qualcosa di simile), far sedere il cane con davanti a se la panca, dalla parte opposta mettere a terra un boccone (o la palla da tennis quello che il cane preferisce), il cane per prendere ciò che gli interessa dovrà sdraiarsi sotto la panca, a quel punto dare il terra. Ripetere l‘esercizio finchè il cane lo eseguirà quasi automaticamente, a questo punto si può togliere la panca. Quando avremo un “terra“ automatico avremo il cane “in mano.”

Parliamo ora un po’ della condotta. Per quanto mi riguarda considero la condotta uno degli “esercizi” più divertenti e pertanto più facili da eseguire. Partiamo dal presupposto che si abbia con il cane quel rapporto di affettività e di leadership necessari. In queste condizioni chiunque avrà notato che il cane tende a stare con noi. Per esempio i miei cani quando vogliono uscire in giardino vengono a “chiamarmi”. Vogliono che io esca con loro, spesso se non li accontento non escono neanche loro. Quando usciamo, certo, si fanno gli affari loro ma non mi perdono mai di vista. Se rientro, rientrano anche loro e si sdraiano accanto al divano o alla sedia dove sto io. In questo clima assolutamente non usare il guinzaglio. Il guinzaglio, per come l’ho visto usare spesso, con strappi in avanti e indietro con il collare a strozzo, o addirittura a punte, è uno strumento “pericoloso”. Il cane abituato a questo tipo di esercizio, se interpreto bene il suo sentimento, pensa: “……adesso questo comincia a strapazzarmi, non mi piace questo “piede” ( o Fùss )”. Il cane se ben stimolato segue con piacere il conduttore. Quando si è fuori, in ambiente adatto, iniziare a giocare  e stimolare il cane con l’oggetto o il cibo, camminare poi in linea retta il cane seguirà in attesa di raggiungere il premio rappresentato dallo stimolo. La cosa deve durare due, il massimo tre minuti. O comunque fino a quando si cominciano ad intravvedere i primi accenni di frustrazione del cane perchè non riceve “quanto gli spetta”. A questo punto premiare. Mano mano che si raggiungono dei progressi apportare le variazioni di direzione, inframezzare con dei “seduto” o “terra”. Ricordarsi sempre che “il lavoro deve sembrare gioco, pur rimanendo lavoro”, e che il Rottweiler non ha problemi con l’impegno fisico, ma  mal sopporta l’impegno mentale. La sua soglia di noia è molto bassa. Una volta raggiunto un buon livello di condotta si può utilizzare anche il guinzaglio, visto che è previsto nelle prove di lavoro, a questo punto il cane quasi non si accorgerà di averlo poichè avrà realizzato che questa è una situazione di picevolezza. Va quindi rovesciata la sequenza che si utilizza normalmente: “Prima costringo il cane a seguirmi, poi quando avrà imparato allora potrò farlo anche senza guinzaglio.” A questo proposito citerei un brano tratto da S. Ellis: “…..non usava neppure il cibo come ricompensa per i cani…….I suoi cani erano addestrati solo tramite la forza bruta……………Ogni mattina a colazione rubavo una salsiccia e me la mettevo in tasca, in modo che i cani di cui mi occupavo non si staccassero mai dal mio fianco. Si comportavano in modo impeccabile, senza bisogno di usare la forza.” (Ellis si riferisce al periodo quando militava nel reparto cinofilo dei Royal Marines). Per quanto mi riguarda, ho assistito a sedute di allenamento di autentiche “autorità” nel campo dell’addestramento che usavano il collare a punte e la museruola.

Per quanto riguarda il riporto, anche qui le metodologie antiquate basate sull’uso della forza vanno per quanto possibile evitate. Anche in passato c’era chi come Granderath (F. Granderath Tierartz e Hauptsturmfùhrer nei reparti cinofili dell’esercito tedesco nel secondo conflitto mondiale) aveva intuito che per il riporto si dovessero utilizzare gli istinti naturali del cane, riguardanti la possessività e l’attitudine al riporto stesso. Per quanto mi riguarda ho utilizzato un metodo simile di mia iniziativa (presunzione a parte), ho scoperto solo dopo Granderath. Il metodo Granderath ha come base il desiderio del cane di portarsi in cuccia oggetti che considera interessanti e soprattutto cibo molto appetibile, ad esempio un osso. Utilizzando questi istinti naturali, ritornando da un’uscita, si da a circa una decina di metri dalla sua cuccia un osso, carne secca o un grosso biscotto dicendogli: “porta”. Lo si lascia poi sgranocchiare in pace in pace il suo boccone. Si aumenta gradualmente la distanza. Una volta memorizzato questo meccanismo si sostituirà il boccone con il riportello, una volta arrivati nei pressi dell’abitazione sostituire il riportello con un buon boccone e dare il lascia. Una volta capita la natura dello scambio il soggetto non opporrà resistenza alla consegna al conduttore dell’oggetto riportato. Per quanto mi riguarda ho utilizzato un metodo simile facendo leva sulla grande possessività del rottweiler. Tengo il cane al guinzaglio, getto il salsicciotto avanti di qualche metro, il cane si precipita a prenderlo a quel punto glielo lascio prendere e poi senza pretendere alcunchè continuo a camminare con il cane a guinzaglio e il salsicciotto in bocca. Ad un certo punto prendo il salsicciotto con le due mani e inizio una breve “battaglia”, porto però il cane seduto di fronte. A quel punto do il lascia offrendo in cambio del salsicciotto qualcosa di molto buono, un pezzo di wùrstel o carne secca etc. Sostituire poi il salsicciotto con il riportello. Per verificare l’efficacia di questo metodo, digitare su Google: “rottweiler caesar”. Io sono quello con la maglietta rossa.

Aggiungerei alcuni appunti sintetici, forse un po’ ripetitivi, che riguardano soprattutto i cani dominanti. Le note sono tratte da Dodman e da Fisher.dodman - fisher - 1.jpgdodman - fisher - 2.jpg

 Pigmentazione

Un pensiero su “Addestrare – Educare

  1. molto interessante,documentato ed esposto in modo chiaro e comprensibile anche per una persona semplicemente interessata all’argomento . certo invoglia ad approfondire la ricca bibliografia….

    Mi piace

Rispondi a marisa Annulla risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...